Nella Valle dell’Agri, sulle tracce degli Antichi Romani

Storia e storie di Basilicata

LA BASILICATA, UN INTRECCIO DI POPOLI E CULTURE

Crocevia di diversi popoli, la Basilicata, un tempo Lucania, fu abitata sin dal III sec a.C. dai Romani. Il popolo lucano, insediatosi inizialmente in queste terre occupando caverne naturali, si trovò tra il VII e il VI sec. a.C. a fronteggiare i Greci, le cui colonie erette sulla costa jonica divennero ben presto fiorenti città. I lucani ne uscirono vincenti ma la loro forza non riuscì a tener testa alla grandezza dell’Impero Romano che man mano si espandeva verso sud. Ben due secoli di dominazione romana caratterizzano la storia della terra lucana, seguiti, dal V sec a.C. in poi, da invasioni di numerosi popoli, quali i Goti, i Longobardi, i Bizantini e, ancora, Svevi e Aragonesi, fino ad arrivare ai Borboni.O gnuna di queste popolazioni ha inciso nell’anima lucana un simbolo della propria cultura, un segno del proprio passaggio, in alcune zone più che in altre, che si tratti di usanze, costumi o resti architettonici. Il fascino della scoperta della Basilicata risiede proprio in ciò: inaspettatamente i borghi che ne fanno parte ci svelano le proprie origini, antiche, sofferte, epiche o semplicemente frammentarie. Spesso la leggenda si mescola con la storia aggiungendo sale ad un piatto già ricco di sapori.

A GRUMENTUM, SOTTO L’EGIDA DEI ROMANI

Nella Valle dell’Agri, l’impronta romana è rinvenibile tra gli affascinanti resti del parco archeologico, quello di Grumentum, che oggi appare come una sorta di portale temporale in grado di riportarci indietro, in un passato remoto, in cui la piccola colonia preromana e romana nasceva strategicamente su un’altura, circondata da scarpate scavate da vari corsi d’acqua, tra cui l’Agri e lo Sciaura. La struttura, in cui è possibile aggirarsi, lascia intravedere il modello urbanistico di quel periodo; si distinguono perfettamente gli spazi privati da quelli pubblici, la rete fognaria e le condotte dell’acqua. Esternamente alla città si trovano le terme, l’affascinante anfiteatro e diversi edifici pubblici. L’antica colonia romana è oggi sede di un’affascinante area archeologica e del Museo Archeologico Nazionale dell’Alta Val d’Agri.

IL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DELL’ALTA VAL D’AGRI

In località Spineta nei pressi del Lago di Pietra del Pertusillo, invaso costruito nel 1962 e divenuto un’incantevole oasi, la storia la fa da padrone e ci si perde nei suoi meandri seguendo il percorso tracciato tra le pareti del Museo Archeologico Nazionale dell’Alta Val D’agri, attraverso il quale si ripercorre il fenomeno del popolamento dell’area, dalla Preistoria fino all’era romana, rappresentata dalla città di Grumentum, i cui resti sono tutt’oggi visibili. Si susseguono le sezioni dedicate alla preistoria e alla protostoria dell’area, con resti fossili di oltre 120.000 anni appartenenti a equidi e all’ Elephas antiquus, imponente proboscidato caratterizzato da zanne dritte della lunghezza di 3 metri, cugino del noto mammut, che migrò verso sud dall’Europa centrale all’epoca di un importante raffreddamento climatico avvenuto nel Pleistocene. Presenti anche sezioni riferite al periodo classico e a quello ellenistico dove si lasciano osservare interi corredi funerari che con i loro particolari narrano gli usi di epoche diverse e le differenze tra strati sociali. Risaltano nelle teche ceramiche pregiate su cui sono ritratte figure rosse, e ancora armature, oggetti di cosmesi, suppellettili varie. Il tutto riconducibile alla forte presenza di una élite aristocratica. Numerosi anche i reperti sacri risalenti al periodo ellenistico e provenienti dal santuario del IV-III sec, un tempo posto ai confini della città e dedicato a una divinità femminile propiziatrice di fecondità. Ma l’area più interessante rimane sicuramente quella dedicata all’età romana e riguardante Grumentum, la colonia romana costruita nel III sec a.C. Abbondano in questa sezione statue marmoree che un tempo decoravano il foro e lo spazio riservato alle terme, nonché una ricca collezione di monete risalenti all’età repubblicana e imperiale.

LA BATTAGLIA DI GRUMENTUM
Un salto nel passato ci riporta a un momento storico cruciale: i Romani si preparavano a portare al termine vittoriosi la guerra contro i Sanniti, e Grumentum rappresentava uno degli avamposti fortificati più strategici militarmente, nodo tra due importanti vie pubbliche, la via Herculea che arrivava fino a Heraclea, sul versante jonico, e la via Popilia che, invece, portava alla costa tirrenica. Intere pagine degli Annales di Tito Livio narrano della Seconda Guerra Punica, quella in cui si svolsero ben due battaglie tra romani e sanniti, rispettivamente nel 215 e 207 a.C. Fu proprio in quest’ultima che Annibale si accampò nei pressi della città di Grumentum, esattamente a 500 passi dalla odierna Grumento Nova (come si narra) andando incontro alla sconfitta inflittagli dai Romani guidati da Gaio Claudio Nerone. Purtroppo, le sorti della cittadina romana erano segnate. Scampata all’ira di Annibale, andò distrutta dagli Italici, perché schieratasi coi Romani nella guerra sociale del I sec. a.C.. In età cesarea e augustea, tuttavia, fu oggetto di un ricco processo di ricostruzione e ammodernamento e venne promossa colonia. Fiorente, nell’epoca diocleziana, vantava terme e strade rinnovate, fino a raggiungere l’apice del suo splendore nel 370 a.C. con la nomina di sede episcopale. Furono i Saraceni a saccheggiarla e distruggerla con due attacchi, nell’872 e nel 975.

SAN LAVERIO MARTIRE E L’INIZIO DEL CRISTIANESIMO A GRUMENTUM
L’episodio che fu all’origine della nomina di Grumentum come sede episcopale vede protagonista il martire Laverio, al centro di un groviglio tra le fila della storia, della leggenda e dell’agiografia. Si trattava di un giovane militare romano, nato da genitori pagani ma intento a professare la religione cristiana, diffondendo il verbo del Vangelo tra la gente di Teggiano prima, e di Acerenza poi. Fu proprio qui che incontrò il prefetto pagano Agrippa il quale, contrario all’operato del militare, lo arrestò obbligandolo a convertirsi al paganesimo e, davanti al suo diniego, lo torturò per una notte intera e poi minacciò di farlo sbranare dalle belve nell’anfiteatro. Condotto qui, queste ultime si avvicinarono a lui e si inginocchiarono al suo cospetto anziché azzannarlo. L’immagine di Laverio come amico del Signore non faceva che rafforzarsi. Fu così incarcerato ma ancora un miracolo lo vide libero. Un angelo questa volta lo fece uscire dalla cella indicandogli la via verso Grumentum. Si recò in questa cittadina dove continuò a predicare la parola di Gesù. Agrippa ben presto scoprì il suo nascondiglio e, dopo averlo fatto flagellare più volte, ordinò che venisse decapitato. Così, condotto nel punto in cui il fiume Agri e il torrente Sciaura si incontrano, Laverio venne decapitato. Era il 312 d.C. quando una spada spinse la sua anima fuori dal corpo. Si narra che molti la videro volare in cielo, per ricevere la corona della gloria e la palma del martirio. Un’immagine che terrorizzò i soldati di Agrippa presenti sul posto. Il suo corpo fu solennemente seppellito, probabilmente nella necropoli romana. Lì oggi sorge la cappella ottocentesca a lui dedicata che tramite scavi archeologici ha rivelato le vestigia di una chiesa paleocristiana risalente al V-VI sec, successivamente sostituita da una di dimensioni ridotte, fino ad arrivare a quella ottocentesca. Due sarcofagi furono rinvenuti, uno dei quali, oggi custodito nel Museo Nazionale dell’Alta Val d’Agri, si pensa contenesse le spoglie del Santo.

Tracce romane sono presenti anche a Marsicovetere.

I resti di una silenziosa Villa Romana monumentalizzata in età imperiale sono stati rinvenuti nel 2006. La proprietà di questo rustico viene ricondotta alla famiglia dei Brutti Praesentes da cui ebbe i natali la moglie di Commodo nel 178, l’imperatrice Bruttia Crispina. La villa si trova ai piedi del Monte Volturino, posizione vantaggiosa in epoca romana perché vicina alla via Herculia e, dunque, ben collegata a Potentia, Venusia e Grumentum, località strategiche per le attività commerciali.


Parco Nazionale del Pollino

Il Pino Loricato, una storia lucana di resilienza delle natura

Storia e storie di Basilicata

IL SIMBOLO DEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

Sono 1925 chilometri quadrati di natura a formare uno dei parchi più estesi d’Italia, il Parco Nazionale del Pollino dichiarato nel 2015 patrimonio naturale dell’UNESCO che, diviso tra Basilicata e Calabria, trova nel Massiccio del Pollino il suo punto centrale assieme ai Monti dell’Orsomarso e al Monte Alpi. Serra Dolcedorme è invece la punta più alta, 2266 m s.l.m., di questo paradiso naturalistico. È qui, tra diverse tonalità di verde che sfumano verso il cielo, con l’azzurro dominato dall’aria frizzante che caratterizza le cime più alte, che “regna incontrastato” il Pino Loricato, definito da molti “fossile vivente” o ancora “dinosauro degli alberi”, protagonista indiscusso di questo scenario ed emblema del Pollino. La nota conifera sempreverde vive in Europa esclusivamente nella penisola balcanica e nel suddetto parco, solitamente abbarbicato a terreni calcarei al di sopra dei 1000 metri di altitudine, ben oltre i limiti del faggio, dunque. Caratterizzato da una corteccia apparentemente divisa in placche trapezoidali, questa pianta ricorda l’armatura degli antichi romani con le “loriche”, da cui il nome “loricato”. Un elemento che conferisce ancor più fascino a un’area già di per sé particolare, non solo dal punto di vista prettamente naturalistico ma anche sul piano storico-culturale. Simbolo di un perfetto ecosistema impreziosito da un elevato grado di biodiversità faunistica e floristica, e zona nota per la vasta rosa di opportunità che offre nell’outdoor, il Parco Nazionale del Pollino è disseminato anche di graziosi borghi che con i loro riti, la loro tradizione e la loro storia rappresentano sicuramente un valore aggiunto dell’area.

IL PINO LORICATO: UN PO’ DI STORIA

Le prime testimonianze di questa conifera corazzata risalgono al 1826, quando il botanico Michele Tenore ne raccolse dei rametti esattamente sul Pollino a più di 1800 m.s.l.m.  l ritrovamenti furono purtroppo scambiati con quelli di altri alberi simili. Altre due date segnano l’iter di identificazione del loricato: il 1863, anno in cui il tedesco Theodor von Heldreich notò sul monte Olimpo la somiglianza di un pino con quello del Pollino individuato da Tenore; esso fu battezzato da Herman Christ col nome di Pinus heldreichii; e il 1864, in cui F. Antoine ritrovò sulle catene montuose dell’ex Jugoslavia lo stesso tipo di pino già trovato sul Pollino. Egli gli diede il nome di Pinus leucodermis. Tuttavia fu il 1905 l’anno decisivo del riconoscimento ufficiale del loricato: grazie agli studi condotti da Biagio Longo, si riuscì a trovare una relazione tra il pino individuato da Heldreich e il leucodermis di Antoine. Il risultato fu il Pino Loricato, espressione coniata dallo studioso di Laino Borgo e ispirata alla peculiarità della corteccia, una vera e propria corazza tipica dell’armatura degli antichi romani. Successivamente, con studi più approfonditi sulla conifera dall’aspetto severo, fu fatta distinzione tra le specie dell’ex Jugoslavia e quelle del Pollino, esemplari portatori di caratteri leggermente diversi tra loro ma sicuramente non visibili all’occhio di un comune osservatore. L’antica conifera, in effetti, era radicata inizialmente nei territori dell’ex Jugoslavia. Fu con l’ultima glaciazione e il conseguente abbassamento del livello del mare che la specie si diffuse sulle coste italiane dell’Adriatico, raggiungendo dapprima la Puglia e poi il resto del Meridione. Quando i ghiacciai iniziarono a ritirarsi, la pianta cominciò a sopravvivere sui terreni rocciosi. I pochi pini loricati presenti oggi sono considerati dei fossili proprio perché si pensa siano dei superstiti di una specie largamente diffusa in un passato remoto.

LE SUE FORME PARTICOLARI

Il loricato del Pollino si presenta con un aspetto alquanto duro, quasi tenebroso: maestoso nelle proporzioni, raggiunge spesso i 40 metri di altezza con un diametro di 160 cm, il fusto è robusto e i rami disegnano un profilo che rende l’idea di quanto siano tormentati dal freddo e dalle intemperie. Si allungano lateralmente dando origine a un effetto a bandiera (soprattutto nei casi di continua esposizione a correnti d’aria) e suggeriscono così una forte resistenza alle basse temperature e ai venti. Adattatosi a terreni aridi e ad ambienti freddi di alta quota, presenta una corteccia molto spessa che nei più giovani risulta liscia mentre nei più anziani mostra delle squame trapezoidali ricoperte a loro volta da squame più piccole che danno un effetto molto simile alla corazza, ovvero “lorica”, dei legionari romani.

L’HABITAT DEL LORICATO, UN PARADISO NATURALE
È sconfinato il territorio abitato dal dinosauro botanico: 192 mila ettari di terra in cui la natura si è espressa con lussureggianti boschi di faggi, foreste di abeti argentati, numerosi corsi d’acqua, possenti cime montuose e un patrimonio di biodiversità che non ha eguali in Italia. Tra gli animali più interessanti troviamo 12 specie di rapaci, tra cui l’aquila reale e il gufo reale, diverse specie di serpenti, il picchio verde, il picchio nero, il gatto selvatico, varie farfalle, numerosi roditori, il capriolo, il lupo e tanto altro. Un vero e proprio paradiso naturale adatto a grandi e piccini, sia dal punto di vista didattico che ludico.

UNA PALESTRA A CIELO APERTO
Le possibilità di effettuare sport en plein air sono innumerevoli e spaziano dalla semplice escursione a piedi alla romantica passeggiata a cavallo, dal trekking, con diversi livelli di difficoltà, alla mountain bike, al rafting e kayak nel fiume Lao, al canyoning nelle gole del Raganello, fino alle adrenaliniche arrampicate.
Nel regno del Pino loricato, tutto è accarezzato dall’antica magia della natura che, pur accogliendo l’uomo, rimane dominante. È qui che si tocca con mano la sua forza, che si ammira la sua disarmante bellezza, che si ha la possibilità di fondersi a lei nel pieno rispetto delle sue istanze, delle sue fragilità e delle diversità che la caratterizzano. Quale modo migliore di esplorarla se non quello di praticare del sano sport all’aperto? Le possibilità sono molte e varie, tra queste è noto il circuito di trekking Anello Serra di Crispo, che partendo dal Santuario Madonna del Pollino si interseca con paesaggi mozzafiato e con vecchi tratturi tracciati all’inizio del ‘900 dalla ditta boschiva Rueping e percorsi all’epoca esclusivamente da piccole locomotive trainanti leggeri vagoncini. Notevole anche l’Anello della Timpa Falconara che, per ben 23 km, costeggia paesaggi brulli con fredde gole e profondi canyon. È proprio qui, presso la Timpa Falconara, che un tempo trovavano rifugio i briganti. Ecco che la storia si incontra con la natura e il quadro assume tinte ancor più intense. Adrenalinico il canyoning praticabile tra le Gole della Garavina scavate dal torrente Sarmento e rese uniche dai giochi di luce ottenuti dai riflessi sulle pareti rocciose e sulla vegetazione, o ancora il rafting sulle acque del fiume Lao, che col suo nome ci riporta indietro nel tempo: il corso d’acqua nasce in realtà in Basilicata con il nome di Mercure ma successivamente viene ribattezzato con il nome della colonia greca eretta al confine tra lucani e bruzi, Laos. Da un’altura del Massiccio del Pollino, Serra del Prete, oltre 2000 metri di quota, il fiume Lao scende verso il tirreno calabrese attraversando diversi paesi e mantenendo una portata d’acqua notevole anche nelle minime. Peculiarità che lo rendo adatto a sport come rafting e canyoning. Incantevole il bosco Magnano nei pressi di San Severino Lucano, che ben si presta a lunghe passeggiate in mountain bike, tra alberi monumentali, faggeti maestosi, aceri bianchi, un sottobosco fitto in cui risulta diffuso il pungitopo, e un’oasi naturale dall’atmosfera magica, abitata da cervi e uccelli rari, come il picchio nero. E, ancora, il bosco di Cugno dell’Acero, nell’area di Terranova del Pollino, pista ideale per le ciaspolate invernali, corredata da straordinari scorci tra cui spiccano quelli di Acquatremola dove sgorga la sorgente Catusa tra massi ricoperti di muschio e altissimi faggi.

TRA BORGHI E STORIE ANTICHE, LA NATURA COME CULTURA E TRADIZIONE
E’ un luogo incantato, il Pollino, in cui il rapporto uomo-natura si fa più stretto e si avverte in ogni angolo, in ogni attività e in ogni gesto, anche all’interno dei piccoli borghi, molti dei quali praticano da tempo immemore riti arborei o ospitano al proprio interno musei di storia naturale o di archeologia, legati comunque in qualche modo alla natura del luogo, alla sua morfologia e alle sue risorse. Tra tanta natura, sbocciano piccoli borghi avvolti dal verde più selvaggio, incastonati tra i colori vivaci del Parco, e ricchi di tradizioni e finestre sull’evoluzione del mondo circostante. Anche in ciò la natura è stata predominante. Nel tempo ha giocato un ruolo determinante nella definizione delle abitudini e dei rituali dei popoli che hanno occupato il territorio. Ne sono un esempio lampante i paesi che celebrano ancor oggi i riti arborei, un tempo praticati come auspicio di fecondità legato alle produzioni della terra, Viggianello, Terranova di Pollino e Rotonda, o i borghi che ospitano interi Musei dedicati a particolari aspetti dell’habitat naturalistico del Pollino, quali il Museo Naturalistico e Paleontologico del Pollino, che sorge a Rotonda e che custodisce fossili animali risalenti al periodo preistorico, come l’Elephas antiquus; o ancora il Museo Civico Archeologico a Latronico che raccoglie una ricca selezione di materiale archeologico risalente alla Preistoria e a una serie di Età successive. Il percorso tracciato all’interno di queste sezioni sottolinea quanto fossero frequenti e importanti gli scambi culturali con le popolazioni delle aree limitrofe, in particolar modo tra la località Colle dei Greci, da un lato, e gli Etruschi dell’area campano-tirrenica e i greci dello Jonio, dall’altra. Presenti anche reperti appartenenti all’Età del Rame, al Neolitico e all’età del Bronzo. Interessante, sempre nel comune di Latronico, il Museo delle Arti, dei Mestieri e della Civiltà contadina, in cui sono esposti i vari attrezzi che hanno conciliato i ritmi dell’antica società con le opportunità offerte dalla Natura. Ricco di aree archeologiche è anche Chiaromonte; imperdibile il Museo Archeoantropologico “Lodovico Nicola di Giura” tra le cui pareti scorre la storia dell’antica popolazione enotria della Valle del Sinni, stabilitasi nelle terre del Pollino per via della presenza dei numerosi corsi d’acqua che rendevano particolarmente fertile il terreno. Continuano a Teana le indelebili tracce di un passato appartenente alla Magna Grecia. Lo stesso nome si narra derivi dalla moglie di Pitagora, Tegana, ospite fissa di quest’angolo di paradiso durante l’estate. Il forte legame che le popolazioni instauravano col territorio emerge nel Museo della civiltà contadina in cui primeggiano utensili e arredi tipici dell’epoca. Ed infine, la Diga di Monte Cotugno. Un’ulteriore conferma di quanto la natura la faccia da padrone e di quanto il rapporto con l’uomo sia fondato sul principio di assecondamento più che di sopraffazione. Costruita tra il 1970 e il 1982 nel comune di Senise, lungo il fiume Sinni, con il suo maestoso impianto di raccolta idrica è tra le più grandi dighe d’Europa e rappresenta una risorsa eccellente anche per il territorio extra-regionale.


Maratea e il suo patrono, un santo arrivato dal mare

Storia e storie di Basilicata

SAN BIAGIO, STORIA E LEGGENDA
Esiste un sentimento inviolabile che contraddistingue tutti i marateoti, il sentimento di profonda devozione e amore che li lega indissolubilmente a San Biagio, Patrono e Protettore della città. L’inizio del culto per il Santo Martire ha origini antiche e risale al periodo dell’Iconoclastia. Secondo una leggenda, al tempo delle persecuzioni iconoclaste, VIII secolo d.C., le reliquie del Santo dall’Armenia furono traslate a Maratea; in realtà la nave contenente i sacri resti pare fosse diretta verso Roma, ma a causa delle cattive condizioni del mare fu sospinta da impetuose onde fino all’isolotto di Santo Janni. Una volta all’isola l’urna che conteneva il torace di San Biagio si rivestì di un’aureola abbagliante, tanto luminosa che la luce fu visibile da tutti gli abitanti di Maratea. Di fronte a questo fatto prodigioso gli Armeni decisero di lasciare in custodia agli abitanti del posto le reliquie del Santo, che successivamente furono portate nel Santuario posto sulla sommità del monte.

UN SANTUARIO CHE DIVENTA BASILICA
Da quel momento in poi il Santuario divenne motivo di orgoglio e profonda fede per i marateoti, oltre che meta di pellegrini provenienti da ogni luogo che lì si recavano per invocare grazie al Santo taumaturgo, soprattutto per la guarigione di mali che avevano a che fare con la gola. Il Santuario divenne anche il luogo del miracolo della Manna; il prodigio un tempo avveniva ad intervalli più o meno regolari e consisteva nella fuoriuscita della Manna, una sorta di acqua dall’urna con le reliquie del Santo e dalle colonne della Cappella, questa veniva poi raccolta e distribuita ai bisognosi in appositi reliquiari. Secondo la credenza popolare quello della Manna è un fenomeno inaspettato e rappresenta il sudore che il Martire verserebbe durante l’opera di intercessione presso Dio allo scopo di salvare gli uomini dai loro peccati, proprio per questa ragione è fonte di preoccupazione quando scaturisce copiosa. Una data molto importante per Maratea fu quella del 3 maggio 1941, quando il Santuario acquisì il titolo di Basilica, in quell’occasione fu fatta anche la ricognizione della sacra Urna che venne spostata nella Cappella dedicata al Santo e conosciuta come Regia Cappella. Tale avvenimento vide la partecipazione di numerosi fedeli e il ripetersi del miracolo della Manna fra la commozione e l’emozione di tutti.

UN MIRACOLO DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Numerosi sono i miracoli che si devono a San Biagio in favore di Maratea, testimonianza del profondo legame che lega il Santo alla perla del Tirreno; fra tutti la memoria popolare ricorda la salvifica intercessione del Santo avvenuta durante la seconda guerra mondiale. Pare, infatti, secondo quanto riportato dalla testimonianza di un pilota alleato, che quest’ultimo non fosse riuscito a bombardare Maratea sia perché la città era coperta da una fitta nebbia che rendeva impossibile colpire gli obiettivi tanto che le bombe lanciate caddero in mare inesplose, sia perché nel momento in cui tentò di colpire la Basilica gli apparve più volte l’immagine del Santo che lo fece desistere dall’intento.

LA BASILICA DI SAN BIAGIO
La Basilica di San Biagio, eretta sull’omonimo monte nel punto più alto dell’abitato di Maratea, detto castello, custodisce le spoglie del Santo protettore. L’edificio di culto è caratterizzato da forme architettoniche semplici e lineari, una facciata dal profilo classico e un portico di accesso a tre arcate, sul timpano in una nicchia vi è custodita una piccola statua di San Biagio, risalente al 1600, e chiamata dai marateoti in tono affettivo Sambiasello, viste le sue ridotte dimensioni. L’interno è di stile romanico anch’esso molto essenziale nelle linee architettoniche e privo di decorazioni, il tutto è all’insegna della semplicità e della sobrietà. Purtroppo, non si hanno notizie certe sull’edificazione della Basilica, ma molto probabilmente in origine doveva essere un cenobio basiliano, che nel 732 ospitò le Sacre Reliquie di San Biagio e per questa ragione divenne una Chiesa. L’importanza della strategica posizione geografica su cui sorge il luogo di culto fu compresa fin da subito tanto da divenire con i Longobardi sede di fortificazioni militari e torri, oltre che primo rifugio degli abitanti di Blanda, profughi che diedero vita alla prima comunità di Maratea, quella di Maratea superiore. La Chiesa subì varie trasformazioni nel corso dei secoli e andò via via ingrandendosi fino al 1700 quando cominciò ad assumere le attuali fattezze con la costruzione del portico e del campanile, successivamente subì altre modifiche fino a quando nel 1963 il conte Rivetti fece eliminare tutte le superfetazioni restituendo alla Chiesa l’antica e sobria semplicità che la caratterizza tutt’oggi. La parte più importante all’interno della Basilica è la “regia Cappella”, completamente rivestita di marmi, chiamata così non per un riferimento alla regalità, ma quasi sicuramente per sottolineare la straordinaria importanza che riveste per gli abitanti, poiché custodisce il vero e proprio cuore di Maratea: le Reliquie di San Biagio.

LA DEVOZIONE AL SANTO E IL RITO DEL MANTO ROSSO
La folla di fedeli che da anni giunge nella città bagnata dal Mar Tirreno in devozione a San Biagio e in cerca della sua intercessione per miracoli lo fa soprattutto in due occasioni: il tre febbraio a memoria del martirio del Santo, quando si svolge il rituale della benedizione della gola e della distribuzione del pane benedetto con impressa l’effige del Martire, e il primo sabato di maggio quando il busto d’argento del Martire viene portato in processione per le strade di Maratea, aprendo così i festeggiamenti per la ricorrenza annuale, la festa della Traslazione. La festa dura una settimana e culmina la seconda domenica di maggio quando la Statua viene riportata nella Basilica. La processione si snoda lungo un sentiero sul pendio del monte San Biagio percorrendo punti panoramici da cui è possibile godere di paesaggi unici e mozzafiato. I festeggiamenti seguono dei rituali cadenzati, dopo la prima processione del sabato, avviene una supplica speciale detta delle “quaranta ore”, il giovedì successivo il simulacro viene condotto in località Capocasale (un tempo Maratea Inferiore), spogliato del panno rosso che lo ricopre e rivestito delle insegne episcopali, per poi essere affidato al sindaco che gli consegna in forma simbolica le chiavi della città.
La consuetudine di coprire la statua del Santo con un manto rosso a simboleggiare il martirio e la dignità vescovile non è sempre esistita, ma fa riferimento ad un dissidio avvenuto nel 1871 tra i parroci dei due nuclei abitativi in cui un tempo era divisa Maratea. Il parroco di Maratea superiore, da sempre custode delle reliquie del Santo, e quello di Maratea inferiore, che rivendicava il ruolo dell’altra parte della città all’interno della celebrazione. Per dirimere tali discordie in materia di giurisdizione religiosa ci vollero diversi anni, fino al 1833 quando il Vescovo di allora sancì in maniera definitiva il cerimoniale della festa. Le celebrazioni proseguono il sabato con la processione “per terra”, durante la quale si attraversano le strade del paese e si benedice il mare dalla località Pietra del Sole e si concludono la domenica mattina, la seconda domenica di maggio, quando il Santo fa ritorno in località castello (un tempo Maratea superiore) nella sua Basilica, vero scrigno sacro non solo delle sante reliquie, ma anche della storia civile e sacrale di Maratea.

* foto di Biagio Calderano

LA CONFRATERNITA DI SAN BIAGIO

Secondo la tradizione, la statua del Santo Patrono viene portata a spalla solamente dai membri della Confraternita di San Biagio. Non si hanno dati certi sull’origine di questo gruppo, ma si pensa siano i discendenti dell’antica Confraternita di San Biase, fondata molto probabilmente nel 1400 con lo scopo primario di diffondere il culto del Martire. I membri della Confraternita sono fedeli che rivestono un ruolo di particolare prestigio, e si riconoscono dalla loro “divisa”, sono infatti vestiti con tunica e copricapo bianco, un cingolo rosso legato attorno alla vita e una sorta di mantellina sulle spalle color rosso con l’effige del Santo.
Nel corso degli anni la Confraternita ha sostenuto a proprie spese anche dei lavori nella Basilica di San Biagio e nella Cappella che custodisce le Reliquie del Santo. Far parte della Confraternita di San Biagio è sempre stato un onore per i marateoti, motivo di lustro ed orgoglio visto il loro particolare legame e devozione nei confronti del Santo Taumaturgo. Il gruppo è molto chiuso, il diritto di entrare a farne parte si tramanda di padre in figlio e si permette l’ingresso ad esterni solamente nel caso in cui uno dei portatori muore senza figli, ma comunque l’ingresso alla Confraternita viene riservato a persone appartenenti alla famiglia del membro defunto.

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Matera e la Madonna della Bruna

La “Regina” dei materani

La Madonna della Bruna di Matera, Maria Santissima della Bruna, è la protettrice della città. È per lei che ogni anno si attende l’arrivo del 2 luglio, il giorno in cui la Vergine viene celebrata e festeggiata, la giornata più lunga dell’anno in cui la città dei Sassi si veste di festa e religiosità, trasformandosi in un crescendo di emozioni legate alla storia, allo spirito religioso e alla tradizione, con luci pagane che si uniscono a bagliori sacri, un’occasione speciale, quella in cui viene celebrata la Madonna della Bruna di Matera, in cui il senso di devozione che i materani portano nel cuore per la loro protettrice raggiunge l’apice. La statua sacra della Madonna della Bruna di Matera, custodita nella prima cappella a sinistra della chiesa di San Francesco d’Assisi la ritrae candida, con uno sguardo pieno di misericordia e una veste chiara, semplice ed elegante. Una regina che tiene con il braccio sinistro il Bambino Gesù. Ecco la Madonna della Bruna di Matera.

Significati e origini del rito

In realtà, tuttavia, le origini della festa sono richiamate da un’altra opera, un affresco di scuola bizantina risalente alla seconda metà del XIII secolo, custodito nella cattedrale sull’altare a lei dedicato; un dipinto che è del tipo “Odigitria” (cioè colei che indica la via) in quanto è raffigurata mentre con la mano destra indica il Bambino Gesù tenuto sul braccio sinistro. Il significato etimologico del termine “bruna” fuga qualsiasi dubbio su eventuali riferimenti cromatici della sacra figura e apre lo sguardo, invece, su un duplice significato: da un lato l’espressione deriverebbe dal longobardo brùnja, “corazza”, da cui discende il titolo “Madonna della difesa” con il ruolo di protettrice che ella esercita sul popolo, difendendolo da ogni forma di male; dall’altro, il temine deriverebbe da Hebron, città della Galilea dove Maria si recò per assistere la cugina Elisabetta, incinta del futuro Giovanni Battista. Un alone di mistero avvolge anche l’inizio di questo legame indissolubile tra la Bruna e la città dei Sassi, un legame profondo, viscerale e antico fatto di fede e devozione che trova il suo principio più di 600 anni fa, esattamente nel 1389, anno in cui Papa Urbano VI (già arcivescovo di Matera) decretò che la festa della “Visitazione di Maria ad Elisabetta” fosse celebrata il 2 luglio.

Tra storia e leggenda

Come la leggenda narra, il tutto avrebbe avuto inizio in una torrida sera di luglio, quando un contadino rincasando sul suo carretto fu fermato da una giovane donna che gli chiese un passaggio. L’uomo accettò titubante. Durante il tragitto un senso di gioia lo pervase ma, giunti alle porte della città, chiese alla donna di scendere vicino la chiesa di Piccianello poiché a quell’epoca era impensabile che due sconosciuti di sesso diverso potessero restare insieme da soli. La giovane accettò ma, prima di andar via, lo salutò pronunciando queste parole “Così, su un carro molto ben addobbato, voglio entrare ogni anno nella mia città” e gli lasciò un messaggio con cui venivano invitati il vescovo, il clero e i nobili di Matera a recarsi in quel punto. Quando costoro accorsero trovarono una statua ad attenderli, Maria Santissima della Bruna. Il carro del contadino improvvisamente si trasformò in un tripudio di decorazioni e luci al centro del quale trionfava la sacra effigie. Il carro fu trainato fino in centro, davanti alla Cattedrale. Qui, furono fatti tre giri, come a voler consegnare alla Bruna le sorti della città.
Altre due leggende ruotano attorno alle origini del rito. La prima spiega lo “strazzo” (l’assalto) del carro con l’intento dei materani di nascondere ai saraceni le immagini sacre. Distruggevano il carro per evitarne il saccheggio. La seconda, invece, riporta la distruzione del carro al tentativo del popolo materano di convincere il proprio signore, il Conte Tramontano, a mantenere la promessa di costruire un carro nuovo ogni anno.


Il 2 luglio: la devozione dei materani nel giorno più lungo dell’anno

È il giorno più atteso dell’anno. Un ricco cartellone di eventi e rituali scandisce lo scorrere del tempo. Ad aprire le celebrazioni sotto le timide luci dell’alba del 2 luglio, la solenne Processione dei Pastori che prende il via dalla Chiesa di San Francesco d’Assisi.
A mezzogiorno l’immagine della Madonna viene prelevata dalla Chiesa di San Giuseppe, luogo deputato alla preparazione della statua detta in gergo popolare “Cher’ ca non s’ assramm” (Quella che non ha paura) che si distingue dalla statua originale che è custodita nella cattedrale (attualmente per lavori di restauro, nella chiesa di San Francesco d’Assisi).
Scortata dai Cavalieri della Bruna, seguiti dalle autorità ecclesiastiche a bordo di sfarzose carrozze d’epoca, è condotta a Piccianello, il luogo dove secondo la leggenda è avvenuta la sua prima apparizione, nella Chiesa dell’Annunziata.
Successivamente, alle cinque del pomeriggio, dopo la celebrazione della messa, la statua della Madonna viene collocata sul carro trionfale e, scortata dai cavalieri in costume, percorre le vie del centro e ritorna alla cattedrale.
Lì la processione serale si conclude con il rito dei “tre giri” con il quale il carro, con ancora su di esso l’effigie, gira per tre volte intorno alla piazza a simboleggiare la presa di possesso della città da parte della Vergine; in tal modo si invoca la sua protezione ancora per tutto l’anno successivo.


“A moggh, a moggh, all’onn c’ ven”: lo “strazzo” del Carro Trionfale.

La distruzione del Carro Trionfale: lo “strazzo”. Realizzato in cartapesta, presenta ogni anno tematiche religiose diverse dettate dalla Curia locale.
Il cartapestaio di turno viene scelto tramite un concorso indetto dal Comitato della Festa della Bruna e i lavori hanno inizio già nel mese di gennaio. Fiumi di folla, attendono trepidanti l’adrenalinico momento della distruzione dell’opera al quale fa seguito un suggestivo spettacolo pirotecnico. La conquista di una parte del carro, piccola o grande che sia, è per il materano auspicio di buona sorte per l’anno che verrà, come sottolineato dal detto popolare pronunciato alla fine dei festeggiamenti “A moggh, a moggh, all’onn c’ ven” (l’anno prossimo sarà migliore) che equivale all’ad maiora latino, in attesa dell’appuntamento del 2 luglio seguente, evento tanto atteso e protagonista nel cuore dei materani.

*immagini tratte da “Carro Trionfale 2017” realizzate dall’artista-artigiano Andrea Sansone.


L’età aurea della Magna Grecia in Basilicata

Storia e storie di Basilicata

METAPONTO, VESTIGIA DI ANTICHI FASTI

Ben trentacinque chilometri di mare azzurro che lambisce litorali di sabbia finissima e dorata connotano la costa Jonica della Basilicata, dove il colore intenso dell’acqua si sposa con il verde vivido della macchia mediterranea.
La straordinaria fertilità del litorale ionico era nota fin dall’antichità; difatti la zona costiera compresa fra i fiumi Bradano e Basento fu scelta da alcuni coloni greci circa otto secoli prima di Cristo per fondare Metapontion, l’odierna Metaponto. Secondo il geografo Strabone fu l’eroe greco Nestore di ritorno dalla guerra di Troia a dar vita alla città.
I coloni greci erano mercanti, contadini, allevatori, artigiani, che decisero di emigrare con l’interesse di far nascere nuove attività commerciali, ma la spinta a lasciare la Grecia fu dovuta anche a tensioni sociali generatesi per l’incremento della popolazione a cui la magra produzione agricola locale non riuscì più a dare sostentamento.
Grazie alla portentosa fertilità delle sue campagne, Metaponto divenne ben presto una delle più potenti città della Magna Grecia, così come furono chiamate le zone colonizzate della penisola italiana, a testimonianza dell’orgoglio dei coloni greci di aver dato vita ad una comunità che aveva raggiunto così alti livelli in campo sociale, culturale ed economico, da poter essere considerata, in confronto, più grande della stessa madrepatria.
Metapontion divenne fin da subito un importante centro prima agricolo e poi commerciale, ma i coloni greci importarono anche la cultura ellenica, di conseguenza nelle città di nuova fondazione oltre ai commerci fiorirono anche l’arte, la letteratura, la filosofia. La stessa Metaponto fu scelta dal grande filosofo e matematico greco Pitagora che qui nel 490 a.C. tenne una sua scuola e ivi dimorò fino alla sua morte.
Il Mar Jonio racconta di fiorenti commerci, ma anche di grandi battaglie. Nel corso degli anni infatti fu solcato da flotte di navi e diverse furono le guerre che videro contrapposte le numerose colonie della fascia jonica alle popolazioni autoctone. Con le guerre annibaliche e l’arrivo dei romani lo splendore di Metaponto fu messo in ombra, questi ultimi soggiogarono il territorio e vi costruirono un accampamento le cui tracce permangono fino al IV sec d.C.
Oggi di quell’antico bagliore sono testimonianza i numerosi reperti, ruderi e costruzioni che fanno della città uno dei siti archeologici più importanti d’Italia. Il simbolo di Metaponto, frazione di Bernalda, e del suo parco archeologico sono senza dubbio le Tavole Palatine. Del tempio di Hera, moglie e sorella di Zeus, eretto nel VI secolo in stile dorico, rimangono ben 15 colonne che lo rendono una fra le maggiori testimonianze di culto della Magna Grecia.
Oltre alle Tavole Palatine nel Parco Archeologico sono visibili i resti dei templi di Apollo Licio, Afrodite e Atena parte dell’agorà, il quartiere artigianale per la produzione delle ceramiche (kerameikos) ed il grande asse viario nord-sud (plateia). Poco distante si può ammirare anche l’Agorà dedicata a Zeus, sede degli edifici pubblici destinati a riunioni e incontri e il grande teatro con cavea semicircolare.
Nell’insieme sono riconoscibili le tracce di una notevole quantità di monumenti che hanno segnato la vita civile e religiosa della colonia.

Il Museo Archeologico Nazionale di Metaponto

I reperti rinvenuti, non solo nell’area del parco archeologico ma anche in altre zone del Metapontino, sono custoditi nel Museo Archeologico Nazionale di Metaponto.
L’importante contenitore culturale, presenta la ricostruzione del quadro archeologico del territorio metapontino connotandosi come una delle testimonianze più autorevoli della cultura e della storia della Magna Grecia.
All’interno dei suoi spazi espositivi sono custoditi numerosi reperti di differenti epoche storiche, quelli più antichi risalgono alla Preistoria e consistono in vari oggetti e suppellettili rinvenuti in corredi funerari tra cui spiccano gioielli e oggetti in bronzo e in avorio di alta qualità; questi si riferiscono alle prime fasi di popolamento da parte degli Enotri-Choni durante la media età del Bronzo e quella del Ferro. Oltre alla sezione relativa alla Preistoria, ve ne sono altre ad iniziare da quella riguardante l’arrivo dei coloni greci durante il VII sec a.C., in cui viene mostrata la creazione della colonia a partire dall’occupazione del territorio fino alla formazione e sviluppo della città. La sezione successiva è dedicata alla commistione fra greci e popolazione indigena, altre sezioni del Museo riguardano le colonie greche di Siris e di Herakleia e il mondo italico delle vallate dell’Agri e del Sinni, l’ultima mostra i cambiamenti portati dall’arrivo dei romani fino al graduale abbandono di Metaponto. I reperti esposti sono per la maggiore di tipologia fittile tra cui spicca per bellezza e importanza, fra le testimonianze di età greca, l’incensiere con fusto decorato da animali e scene mitologiche proveniente dal sito dell’Incoronata di Pisticci.

POLICORO, L’ANTICA HERAKLEIA

L’aurea atmosfera della Magna Grecia pervade anche Policoro, l’antica Herakleia compresa nella regione della Siritide vicino Siris. A connotare Policoro fra i centri più importanti dell’antichità fu la sua posizione strategica, che gli consentì di partecipare attivamente agli scambi commerciali dell’epoca. La città ebbe anche un ruolo militare di prim’ordine, infatti fu teatro della più famosa battaglia di Pirro contro l’esercito romano nel 280 a.C.
Dei fasti ellenici rimangono oggi alcune testimonianze nel Parco Archeologico che comprende i resti dell’acropoli di Herakleia risalente al 433-32 a.C. in cui sono visibili le rovine del tempio dedicato a Demetra.

Il Museo Archeologico Nazionale della Siritide

I rinvenimenti più significativi relativi alle città greche di Siris e di Herakleia sono raccolti ed esposti nel Museo archeologico nazionale della Siritide. Degni di nota tesoretti di monete e gioielli, tra cui pregiate parure in ambra e corallo, e l’imponente corredo funerario rinvenuto nella tomba del “pittore di Policoro” che comprende 23 vasi con scene che si rifanno alla mitologia greca.
Oltre a reperti di origine ellenica, nel Museo sono esposti anche testimonianze di età preistorica e medievale. Le prime attività di scavo si devono al noto archeologo Dino Adamesteanu negli anni Sessanta del Novecento.
Lungo il percorso espositivo è possibile osservare custodite in teche e vetrine statuette votive e corredi funerari di VII-VI secolo a.C. con ceramiche figurate di produzione locale, tra le più antiche realizzate in Magna Grecia, riferibili alla fase della città di Siris. Mentre alla fase di Herakleia sono ascrivibili importanti corredi funerari del IV-III sec a.C. caratterizzati da splendide ceramiche a figure rosse e da raffinati monili in oro filigranato, alcuni dei quali prodotti da botteghe locali.

L’Oasi WWF Bosco Pantano di Policoro

Meta ideale per una vacanza rilassante tra archeologia mare e natura, Policoro offre un’ampia offerta turistica. Gli amanti della montagna possono immergersi nella natura incontaminata dell’oasi protetta dal WWF del Bosco del Pantano in cui è possibile osservare specie arboree e floreali di enorme valore naturalistico, scientifico e paesaggistico vista la loro rarità; qui inoltre si possono ammirare anche alcune specie faunistiche rare, come le tartarughe marine della tipologia Caretta Caretta che hanno eletto le ampie distese di sabbia morbida e finissima bagnate da un mare meraviglioso, cristallino e pulito di Policoro come loro luogo di riproduzione. All’interno dell’oasi si può fare trekking a piedi, in bicicletta o a cavallo o semplicemente rilassarsi nelle aree attrezzate per una sosta o un picnic. Molte sono anche le attività outdoor che si possono praticare, quali golf, vela, canoa, windsurf, immersioni nei fondali del mar Jonio e pesca sportiva.

Non ultimo va menzionato il porto turistico di Marina di Policoro, considerato il più grande e attrezzato del Mar Ionio, il porto mette a disposizione dei natanti circa 750 posti barca e offre servizi e assistenza alle imbarcazioni che vi approdano.


I riti arborei e la liturgia della natura in Basilicata

Storia e storie di Basilicata

IL FASCINO DI ANTICHI RITUALI, LE NOZZE TRA GLI ALBERI

La Basilicata è una terra ricca di tradizioni e vanta singolari rituali che, fin dai tempi più remoti, celebrano il legame ancestrale fra l’uomo e la natura. In particolare, durante il periodo primaverile ed estivo, la regione diventa il palcoscenico di cerimonie davvero uniche: “le nozze tra gli alberi”.
L’inconsueto matrimonio avviene fra un tronco e una cima di due alberi diversi, un’unione simbolica fra “due sposi” che richiama l’arcaico inno alla fecondità e al rinnovarsi della vita nell’auspicio di abbondanza. I riti arborei celebrano, dunque, l’unione di due piante che vengono letteralmente innestate fra loro a formare un unico nuovo albero e innalzate in cielo in un clima di festa e solennità.
Tali rituali si svolgono solitamente con l’approssimarsi dell’equinozio di primavera, in coincidenza della rinascita del mondo vegetale ma anche di una ri-generazione materiale e spirituale della comunità lucana.
Il cerimoniale è ben definito e scandito ma può subire piccole variazioni a seconda del paese in cui si svolge. Nella maggior parte dei casi il “matrimonio” prevede il taglio di un albero del bosco che viene trascinato in paese da coppie di buoi; il tronco poi viene unito, in un sodalizio mistico fra cielo e terra, alla cima di un altro albero tagliato in un bosco differente dal primo. Il tronco rappresenta il vigore maschile, mentre la cima la parte femminile. Le “nozze” terminano con la scalata da parte dei più coraggiosi, che si arrampicano fino alla sommità tra gli applausi e le incitazioni della folla.
Sono viaggi-evento quelli che conducono il tronco e la cima dal bosco fino alla piazza del paese e, per alleviare le fatiche del trasporto, sono previste diverse soste all’insegna delle tradizioni enogastronomiche del posto. La festa ha come ulteriori protagonisti la musica tradizionale e le grida dei bovari che, insieme al muggito degli stessi buoi, accompagnano e scandiscono in un ritmo lento e cadenzato lo svolgimento dell’antico rito.

UNA CERIMONIA FRA SACRO E PROFANO

I riti arborei sono cerimonie che affondano le loro origini in un passato lontano e che si svolgono in diverse parti del mondo e in alcune parti d’Italia. Ma è in terra lucana che trovano maggior diffusione oltre che la loro forma più completa, connotata da un dualismo perfetto tra sacro e profano.
In Basilicata tali rituali nascono come una sorta di magico cerimoniale che celebra il rapporto strettissimo della popolazione con la natura che la circonda. Ma, se in origine i “matrimoni” fra gli alberi avevano delle valenze più spiccatamente profane legate al mondo del paganesimo, successivamente, nel corso dei secoli, si sono trasformati accogliendo ed amplificando il significato religioso di questa tradizione.
Oggi convivono dunque nel rito sia l’aspetto pagano che quello cristiano. Al significato originario del rito legato alle tradizioni nordico-celtiche e alla venerazione della natura si è aggiunta, in un connubio perfetto, la valenza cristiana attraverso i concomitanti festeggiamenti dei santi patroni dei vari paesi in cui si svolgono. Nella maggior parte dei casi il santo di riferimento è Sant’Antonio da Padova.
Il rito è rigorosamente benedetto dal sacerdote e i buoi che vengono utilizzati per il trasporto del tronco e della cima, oltre ad essere agghindati con ginestre e nastrini colorati, portano sulla fronte l’immagine del Santo patrono.

UN LEGAME INDISSOLUBILE CON LA PROPRIA TERRA

Nel corso degli anni, quello che non è mai cambiato nei riti arborei lucani è il forte senso di appartenenza e lo spirito identitario che da sempre hanno caratterizzato tali manifestazioni. Per le popolazioni locali, infatti, è un momento atteso con trepidazione per tutto l’anno: i “maggiaioli” e i “cimaioli” fanno a gara per poter prendere parte al corteo “degli sposi” e, orgogliosi, guidano lungo tutto il percorso la coppia di alberi.
Il rito rinnova così ogni anno il legame indissolubile con la propria terra e la propria storia e non mancano anche i balli, i canti e i prodotti tipici che vengono consumati in un clima di festa e solennità.
In Basilicata sono otto i paesi in cui si celebrano i riti arborei, divisi in due aree, l’area del “Maggio” e l’area dell’”Abete”.

I RITI DEL MAGGIO

L’area del “Maggio” comprende la zona del Parco Regionale di Gallipoli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane ed in particolare i paesi di Accettura, Castelmezzano, Oliveto Lucano e Pietrapertosa. Molte sono le ipotesi che circolano sul significato del nome “Maggio”, in quanto tale termine non sempre è ascrivibile al mese in cui il rito si svolge. Forse potrebbe derivare da “Major”, maggiore ad indicare la scelta dell’albero più grande e più alto che viene scelto nel bosco per la cerimonia del matrimonio come “sposo”, oppure potrebbe far riferimento alla dea Maja, divinità che personificava la fertilità della terra, in quanto a lei era dedicata la festa della fecondazione arborea.

IL MAGGIO DI ACCETTURA

Il rito arboreo più famoso nell’area del Maggio è senza dubbio il Maggio di Accettura. Il matrimonio avviene fra lo sposo, un cerro di notevoli dimensioni scelto la prima domenica dopo Pasqua nel bosco di Montepiano, e la sposa, una pianta di agrifoglio scelta la domenica successiva nella foresta di Gallipoli Cognato. Il cammino dei futuri sposi verso il “coronamento del loro amore” attraverso le “nozze” inizia la domenica di Pentecoste quando il tronco e la cima intraprendono il loro percorso verso la piazza del paese in Largo San Vito. Lo sposo e la sposa procedono separatamente accompagnati dai rispettivi schieramenti di Maggiaioli e Cimaioli ed il loro incedere è allietato da canti, balli e soprattutto soste in cui degustare i piatti tipici della zona innaffiati da tanto buon vino. Il rito del Maggio ad Accettura è dedicato al patrono San Giuliano e si svolge, ogni anno, in un lasso di tempo che va dall’Ottava di Pasqua alla domenica del Corpus Domini. Ma è quando i cortei dello “sposo” e della “sposa” arrivano in Largo San Vito che il rito ha il suo compimento: il tronco e la cima vengono innestati insieme dando vita ad un unico albero in un clima di festa e solenne religiosità.

IL MAGGIO DI PIETRAPERTOSA

A Pietrapertosa la domenica successiva al 13 giugno va in scena “U’ Masc’” rito arboreo celebrato ogni anno in onore di Sant’Antonio. I due alberi protagonisti vengono scelti, tagliati e sfrondati qualche giorno prima del “matrimonio” nel bosco di Montepiano, all’interno del Parco di Gallipoli Cognato. Di prima mattina ha inizio il corteo nuziale, gli sposi incedono in due schieramenti differenti trasportati da coppie di buoi (paricchij) e dai massari (gualani) fino al Convento di San Francesco ed è lì, davanti al campanile, che il rito giunge al culmine con la spettacolare unione del tronco alla cima e l’innalzamento dell’albero fra la folla festante. “U’ Masc’” di Pietrapertosa si conclude con la grandiosa scalata dell’albero da parte di un “maggiaiolo”, il quale, aggrappato ad una delle corde utilizzate per innalzare il Maggio, si arrampica fin sulla cima ricolma di premi, muovendosi e ballando a testa in giù al ritmo di musica.

IL MAGGIO OLIVETESE

Gli sposi protagonisti del Maggio di Oliveto Lucano sono un tronco di cerro e una cima di agrifoglio scelti fra gli alberi della foresta di Gallipoli Cognato. Il rito arboreo avviene nel mese di agosto: la prima domenica viene scelto e tagliato il tronco, mentre il 10 agosto viene recisa la cima. Scendendo dal Monte Croccia, in località Piano Torcigliano, avviene il primo incontro fra i promessi sposi che vengono condotti in due cortei distinti fino al paese, dove avverrà la simbolica unione. Il percorso dal monte al paese dura ben otto chilometri, è un viaggio molto faticoso tanto che il maggio invece di essere trasportato da coppie di buoi come avviene nella maggioranza dei riti arborei è portato mediante trattori, mentre la cima-sposa è trasportata da aitanti giovani del paese che intervallano l’arduo viaggio con balli, canti e frugali banchetti innaffiati da vino locale. In via del Maggio avviene l’innesto fra i due alberi in un clima di festa in cui regna un perfetto dualismo fra l’anima pagana del rito e lo spirito sacro testimoniato dal fatto che l’unione avviene sotto lo sguardo protettore di San Rocco che benedice i due sposi.

IL MAGGIO DI CASTELMEZZANO

Il rito del Maggio a Castelmezzano si svolge in concomitanza con i festeggiamenti di Sant’Antonio da Padova il 12 e 13 settembre. Nei boschi del Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane vengono individuati, fra gli alberi più belli e rigogliosi, un tronco di cerro e una cima di agrifoglio; i due sposi saranno portati fino alla piazza del paese per celebrare le nozze.
Il Maggio, il lungo cerro che simboleggia il vigore maschile, viene trascinato da coppie di buoi, mentre la cima, la parte femminile, è trasportata in corteo fra balli, canti e banchetti. L’unione simbolica e propiziatoria dei due sposi avviene come per ogni matrimonio che si rispetti in un clima di festa e giovialità e dopo il reciproco “si”, il nuovo albero formatosi è pronto per essere scalato al fine di impossessarsi dei premi posti sulla sua sommità.

LA SAGRA DELL’ABETE

L’area “dell’abete” si estende tra il Monte Alpi e le cime del Pollino, e riguarda i paesi di Castelsaraceno, Rotonda, Terranova di Pollino e Viggianello.

LA “CUNOCCHIA” DI CASTELSARACENO

A benedire a Castelsaraceno l’unione fra un tronco di faggio e una cima di pino, la “‘ndenna” e la “cunocchia”, è Sant’Antonio e il matrimonio avviene durante le prime tre domeniche di giugno in occasione della festa patronale. La prima domenica viene scelto e tagliato il faggio più bello fra gli alberi del Parco Nazionale del Pollino, precisamente in località Favino ai piedi del monte Alpi. La domenica successiva è la volta della cima, la “cunocchia” che, scelta e tagliata sul monte Armizzone, viene accompagnata fra canti, balli e lauti pranzi. I due sposi si incontrano per la prima volta la terza domenica di giugno, ed è nella piazzetta di Sant’Antonio che avviene l’innesto e l’innalzamento del nuovo albero in un connubio tra sacro e profano.

LA “ROCCA” E “L’A’ PITU” DI ROTONDA

A Rotonda la sposa e lo sposo del matrimonio fra gli alberi sono la “rocca” e “l’a’ pitu”, un abete e un faggio. I due alberi vengono tagliati nell’incantevole scenario del Parco del Pollino in due località distinte: i boschi di Terranova di Pollino e quelli di località Pedarreto. La cerimonia si celebra dall’8 al 13 giugno in un clima di festa che mette insieme la tradizione pagana degli antichi inni legati alla fertilità e all’abbondanza con la spiritualità religiosa connessa alla celebrazione della festa di Sant’Antonio. Il rito, come avviene nel più classico dei matrimoni, è allietati da canti, balli e soprattutto tanto buon cibo e vino locale.

“A PIT” A TERRANOVA DI POLLINO

Il rito arboreo di Terranova di Pollino è l’unico fra quelli lucani che non celebra l’unione fra un tronco e una cima mediante l’innesto e la conseguente nascita di un “nuovo” albero.
Quello che si svolge in questo grazioso borgo del parco del Pollino è solamente il taglio dell’ “A Pit”, l’abete più alto e dritto fra quelli presenti nel bosco di Cugno dell’Acero, che viene poi trasportato a spalla da parte di valorosi uomini del posto aiutati da coppie di buoi fino al paese.
Il tronco arriva a destinazione in occasione della festa di Sant’Antonio il 13 giugno quando, dopo le celebrazioni religiose, viene innalzato e scalato dai più coraggiosi in un clima di festa dove i protagonisti sono balli, danze e canti popolari che risuonano in ogni angolo del paese.

LA “ROCCA” E LA “PITU” A VIGGIANELLO

A Viggianello per tre volte all’anno in tre diverse località si ripete la tradizione del matrimonio fra gli alberi. Il rito ha inizio nella prima settimana dopo Pasqua in contrada Pedali, la parte più nuova del paese, per poi proseguire nell’ultima settimana di agosto nel centro storico, dove i festeggiamenti coincidono con le celebrazioni religiose in onore del santo protettore San Francesco di Paola. E’ solamente nel secondo fine settimana di settembre che avviene il “matrimonio” tra la “rocca” e la “pitu” in località Zarafa, in nome della Madonna del Soccorso. I protagonisti delle insolite nozze sono un albero di faggio o di cerro, “l’a’ pitu”, e un abete, la “rocca”, che vengono scelti e abbattuti nei boschi del Parco Nazionale del Pollino per poi essere trasportati da buoi in un corteo che si snoda lungo le strade del territorio di Viggianello. Anche nel caso del rito viggianellese lo sposalizio trova il suo culmine nel momento in cui le due piante, simbolo del vigore maschile e della parte femminile, vengono unite fra loro in un clima al tempo stesso goliardico e solenne.


San Gerardo La Porta - Patrono di Potenza

Potenza e il suo patrono, San Gerardo La Porta

TRA STORIA, LEGGENDA E RACCONTI POPOLARI

Il patrono di Potenza, e della sua arcidiocesi, è San Gerardo La Porta, vescovo nel XII secolo.

Di nobili natali, nacque a Piacenza da una famiglia di marchesi, e dopo aver dedicato parte della gioventù allo studio, si diresse verso il Meridione molto probabilmente per imbarcarsi con i crociati verso la Terra Santa. Giunto nella città di Potenza, iniziò a dedicarsi alla vita apostolica e qui si stabilì.

La vicinanza del patrono di Potenza ai giovani, unita alla bontà e alla condivisione dei suoi saperi, gli procurò la benevolenza di tutto il popolo che lo elesse suo pastore. Il patrono di Potenza fu nominato vescovo nel 1111 e nel 1119 morì. A un anno dalla sua dipartita Papa Callisto II proclamò il patrono di Potenza santo viva voce (senza alcun documento scritto).

La popolazione iniziò subito a venerarlo, riconoscendogli il merito di aver innalzato il livello di istruzione, in particolar modo nel periodo del Giubileo, e ricordandolo, soprattutto, per aver respinto l’invasione dei Turchi, episodio divenuto il fulcro dei festeggiamenti che ogni anno si svolgono in onore del patrono di Potenza il 29 maggio nel capoluogo lucano, con una sfilata che ripercorre i momenti cruciali di quell’evento.


LA PARATA DEI TURCHI

La contrapposizione tra Mori-Cristiani è densa di miti e leggende che si uniscono, a volte fino a confondersi del tutto, ai fatti storici. La parata dei Turchi potentina ne è un esempio, spesso misterioso, perché storici e studiosi non sono riusciti ancora a dare un’origine certa alla sfilata.
La storia, narrata a gran voce da intere generazioni del capoluogo, è quella che vede il santo patrono della città respingere con un accecante bagliore l’invasione dei Turchi , i quali silenziosamente risalivano il Basento. Prende forma da qui la rappresentazione itinerante che il 29 maggio di ogni anno riempie le strade della città. Sono migliaia i curiosi che affollano marciapiedi e balconi per godersi lo spettacolare corteo, centinaia i figuranti in costume che interpretano i ruoli dei vari protagonisti di questa rievocazione. I quadri storici rappresentati risalgono al 1100, 1500 e 1800. Tre cornici temporali ben animate con abiti prodotti artigianalmente, calzari, armerie e trucco curati nei minimi dettagli.

Nel primo quadro, una nutrita parte della sfilata ripropone l’ingresso in città del Conte Alfonso de Guevara, unica traccia storica dell’intera processione ufficialmente riconosciuta e raccolta dai verbali del 1578 del notaio Giovanni Antonio Scafarelli. Sono puntualmente riprodotte le varie classi sociali, corposo lo stuolo di nobili composto da bellissime dame con sontuosi abiti di velluto, pizzo e pregiati ricami, accompagnate da eleganti duchi e gentiluomini locali, seguiti da cavalieri e guerrieri, e da un San Gerardo bambino intento a benedire tutti dalla seduta della sua nave.

A seguire, il grande saraceno, ribattezzato “Cipollino”, nell’intento di esorcizzare la grande paura degli invasori. Lo circondano schiere di schiavi turchi incatenati e soldati che inscenano finti attacchi agli astanti, divertendo i bambini e creando un’atmosfera che oscilla tra il ludico e la suspence.

Il terzo ed ultimo momento della parata è incentrato sull’elemento sacro: il tempietto del Santo condotto a spalla dai giovani “portatori”.
La manifestazione si conclude nella piazza del municipio, dove la “Iaccara”: un fascio di canne e legna lungo circa dodici metri che, durante la parata, viene portata in spalla da volontari in costume contadino. La Iaccara viene innalzata a braccia, scalata dal Capoiaccara e incendiata in onore del Santo Patrono. Forte il richiamo alla tradizione in tutto il percorso della sfilata: sono presenti la società contadina, quella artigiana, gruppi di angioletti, il carro dell’accoglienza e i capitani delle 6 porte cittadine, e ancora sbandieratori, suonatori, sputafuoco, giocolieri e saltimbanchi.
Una festa in strada che vede il popolo potentino stringersi attorno al santo patrono e a quel sostrato di mito, storia, leggenda e tradizione, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.


VIDEO DI REPERTORIO DE "LA SFILATA DEI TURCHI"


LA PROCESSIONE RELIGIOSA. UNA FEDE SENZA TEMPO 

Prende il via, all’indomani della parata dei Turchi, la sacra processione di San Gerardo. In largo Duomo numerosi fedeli e le istituzioni si riuniscono attorno all’effigie del Santo portata in spalla per le vie principali della città, dopo aver visitato prima tutte le chiese del centro. Un silenzio religioso accompagna la processione. È il giorno del santo protettore, 1000 anni ormai lo legano alla comunità potentina che si stringe forte in preghiera. Fiori e preghiere si levano al passaggio della processione tra stradine e palazzi; si infoltisce man mano la schiera dei devoti che, a piedi, scortano la reliquia fino alla Cattedrale, luogo in cui verrà celebrata la santa messa in suo onore.


“Lu Braccial” – Canto popolare dedicato a San Gerardo

Je facc’ lu braccial e nun lu nèa,
e so cuntent e so cuntent assaie.

Nun l’abbanduneragg’ mai mai,
la zappa, lu zappit e lu pagliare.

Mò m’zappa l’urticiedd’
Mò m’zappa lu seminar,
e ogni anno ‘nu purciedd
nun me l’aggia fa mai manca!

Tigne na vigna accant à la jumara
Me pare na canestra chiena d’uva

Tigne na casa n’dreta a lu pagliare
ca quann’ trase vire lu monn’ nuove:
Int’ è chiéne d’ patate,
savucicchie e vine nuovo;
chi la iàsca e chi l’ucciuòlo,
ie me sènt’ d’arricrià!

Domenica m’aggia mett’ lu vuariniedd’,
Ca aggia gì appress a la prucessiona,
ca è la festa d’ lu Prutettore
ca stà esposto sova a lu muraglione.

San Gerarde Prutettore De Putenza Generale
Gnanna fa piglià nu mal’ a chi l’anna disprezzà!

Sono contadino e non mi vergogno
e sono contento, sono molto contento.

Non abbandonerò mai la zappa,
la zappetta e il mio pagliaio.

Una volta zappo l’orto,
una volta la terra che ho seminato,
e ogni anno non mi devo
mai far mancare un maiale!

Ho una vigna affianco al fiume
Mi sembra una cesta piena di uva

Ho una casa dietro il pagliaio
Che quando entri vedi un mondo nuovo:
dentro è piena di patate,
salsiccia e vino nuovo;
chi la fiaschetta e chi la brocca,
io mi sento soddisfatto!

Domenica mi metto l’abito buono,
per andare dietro alla Processione,
è la festa del protettore
che è esposto sopra al muraglione.

San Gerardo protettore di tutta Potenza
Possa avere un guaio chiunque lo disprezzi!


“SAN GERARDO E LA STORICA PARATA DEI TURCHI”

Un libro a fumetti, dedicato ai bambini, che racconta la storia San Gerardo e della storica Parata dei Turchi.

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Storia e Storie di Basilicata

La Basilicata è una terra antica, ricca di storia e di bellezza.

Nel corso dei millenni, i popoli che vi hanno messo dimora si sono integrati con l’ambiente, intrecciando i loro usi con i ritmi della natura. Le tradizioni dei lucani hanno custodito tracce di riti antichissimi, e il tempo ha sedimentato, nei luoghi e nella cultura, valori che oggi sono ancora attuali. Così, le comunità della Basilicata, con le loro storie, leggende, miti, tradizioni, hanno tanto da raccontare ai viandanti di questo tempo.

Le pagine raccolte in questa sezione vogliono prendervi per mano per condurvi alla scoperta di questa terra straordinaria, che sa essere misteriosa e romantica, passionale e mistica, gioviale e accogliente, intima, autentica…


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Storia e storie di Basilicata

Le tracce dell’uomo nel Vulture si perdono nel tempo

Fin dalla Preistoria il territorio del Vulture è stato frequentato dall’uomo. In località Tuppo dei Sassi, nell’agro di Filiano, sono infatti state rinvenute all’interno di un riparo naturale alcune pitture rupestri che raffigurano in forma schematizzata uomini e animali, molto probabilmente una scena di caccia; un esempio di arte rupestre di fondamentale importanza, perché risalente ad epoca paleolitica o mesolitica. La località fu scoperta nei primi anni sessanta durante le ricerche condotte dall’archeologo Ranaldi sulla base di informazioni fornite da alcuni pastori, ecco perché, in onore del suo scopritore, tale luogo prende il nome di “riparo Ranaldi”. Oltre alla scena principale che illustra due animali catturati da due uomini, vi sono altre tre raffigurazioni: un uomo e un animale, un animale da solo (quasi sicuramente un cervo) e infine un’entità umana particolare, riprodotta più in alto e con proporzioni maggiori rispetto alle altre figure, con tre teste, forse assimilabile alla raffigurazione di una divinità o di uno stregone. Analizzandola nel complesso si può ipotizzare che la scena rappresenti una battuta di caccia, il cui esito positivo sia dovuto all’intercessione di una divinità o grazie ai sortilegi di uno stregone.

Nella stessa località si possono ritrovare altre incisioni raffiguranti una figura umana in atteggiamento di corsa che impugna in una mano una lancia e con l’altra ne scaglia altre verso due esemplari di animali, probabilmente dei cervi, raffigurati più sotto. A poca distanza un altro cervo, reso con le zampe in alto, molto plausibilmente indica una preda già uccisa.

Nelle pitture rupestri di Tuppo dei Sassi la figura umana è resa secondo un’approssimazione essenziale, non esiste intenzione di rendere le giuste proporzioni delle parti del corpo o di dare un senso di profondità, mentre gli animali sono tracciati con dei tratti più realistici, tutte caratteristiche tipiche dell’arte rupestre paleolitica. Al di sotto del Tuppo l’archeologo Ranaldi scoprì anche una roccia di arenaria con delle incisioni di forma circolare e delle linee curve riconducibili ad un’arte più astratta rispetto alle pitture rupestri ritrovate all’interno del riparo. Secondo alcune ipotesi tali incisioni potrebbero rimandare ad un’ascia o un pugnale o anche ad una figura umana, quest’ultima pare sia l’ipotesi più accreditata.

Successivamente, nel 1971 l’archeologo Edoardo Borzatti von Lowenstern effettuò nella zona anche degli scavi archeologici che hanno riportato alla luce numerosi manufatti in pietra appartenenti all’epoca mesolitica.

L’epoca classica e l’arrivo dei Normanni

Baricentro di un’ampia parte del Mezzogiorno e punto di attraversamento dei traffici tra Roma e le Puglie, e quindi l’Oriente, fu zona strategica fin dall’epoca classica, importante crocevia fra l’Appia e la Francigena del Sud: ce lo ricordano le vestigia dell’antica Venusia, che dette i natali al poeta Orazio, e le testimonianze che senza soluzione di continuità ci raccontano di un luogo di incontro di popoli e culture. In quest’area del sud Italia si sono susseguiti nei secoli diversi popoli e dominazioni: Dauni, Sanniti, Lucani, Romani, Longobardi, Bizantini e Saraceni. Ma è con l’anno 1000 e l’arrivo dei Normanni che il Vulture, e Melfi in particolare, raggiunge il suo splendore vivendo una vera e propria “età dell’oro”. Con gli Altavilla Melfi diviene un centro nevralgico, capitale del Ducato e centro di fondamentale importanza per la cristianità. Il primo conte fu Guglielmo di Braccio di Ferro nel 1046, ma è grazie a Roberto il Guiscardo che la città ottenne il riconoscimento della Chiesa e del Papato divenendo così fulcro della vita spirituale del tempo. Basti pensare che a Melfi fra il 1059 e il 1137 nella Cattedrale dell’Assunta, su cui campeggia lo stemma del ducato Normanno, si susseguirono ben cinque Concili ecumenici e furono prese importanti decisioni che influenzarono la vita religiosa e civile del tempo. Fu proprio qui che nel 1089 Papa Urbano II concepì la Prima Crociata.

Va sottolineato, però, che i rapporti fra la Chiesa e i Normanni non furono sempre idilliaci. Papa Leone IX nel 1052 sentì l’esigenza di affermare l’autorità del papato nel meridione affrontando in battaglia l’esercito normanno, da cui però uscì sconfitto, dovendo riconoscere ai Normanni l’importante ruolo di alleati del papato. E a riprova di tale rapporto, nel 1081, in occasione dell’attacco a Costantinopoli, a Roberto il Guiscardo fu conferito il prestigioso vexillum Sancti Petri, la bandiera della Chiesa.

E’ durante questo periodo che nel Vulture sorsero diversi edifici sacri, come chiese, cattedrali e l’arte meridionale visse un periodo di grande ricchezza e magnificenza.

La dinastia degli Svevi: Federico II e le amate terre del Vulture

Nel 1194 l’ultima discendente degli Altavilla, Costanza, sposò Enrico VI di Hohenstaufen, e da tale unione la civiltà normanna incontrò quella degli Svevi dando vita così ad un periodo ancora più florido. Fu dalla loro unione che nacque Federico II, sovrano illuminato, uomo di cultura e arte che amò incondizionatamente il Vulture eleggendolo a suo luogo preferito di villeggiatura. Era infatti un mecenate che amava circondarsi di poeti, letterati, filosofi e scienziati: contribuì alla nascita della letteratura italiana, nella sua corte si costituì una scuola poetica siciliana e pare che lui stesso fu autore di quattro canzoni scritte in volgare meridionale.

A Melfi emanò Le Costitutiones melphitanae, il più ampio e completo codice di leggi del Medio Evo nel quale espose principi di governo anche molto innovativi per l’epoca. Forse proprio durante la permanenza in Vulture fra il castello di Melfi e il castello di Lagopesole, roccaforte da lui voluta per ampliare la sua rete di castelli e fortezze, Federico II trasse l’ispirazione per scrivere il De arte venandi cum avibus, un manoscritto sulle attività venatorie, un vero e proprio trattato di falconeria sull’allevamento, addestramento e impiego nella caccia dei rapaci, che praticava con grande passione.

Federico II fu un uomo dalle grandi contraddizioni, soprattutto in ambito religioso, e ambivalente fu infatti il suo rapporto con la Chiesa: da Crociato e Imperatore del Sacro romano impero a sovrano scomunicato più volte per il suo operato. Il suo rapporto con il Papa fu contraddistinto da alleanze e ostilità. Addirittura, nel 1241 imprigionò nel castello di Melfi cardinali e vescovi francesi che erano diretti ad un concilio papale che prevedeva la sua deposizione.

Il ruolo che rivestì il Vulture durante le Crociate, fu fondamentale. Qui venivano accolti i cavalieri in procinto di partire per la Terra Santa. Oggi a testimonianza di ciò rimangono alcuni segni nel Convento della Trinità a Venosa e nella cappella rupestre della Madonna delle Spinelle. Scoperta nel 1845 era parte della vicina Basilica di Santo Stefano da cui, secondo la leggenda, partirono i Cavalieri normanni per la prima Crociata in Terrasanta nel 1096 capeggiati da Tancredi di Altavilla ricordato dal Tasso nella Gerusalemme liberata.

Federico II per rafforzare il suo sistema difensivo fece costruire sui monti e sulle colline del Vulture una rete di castelli, rocche e baluardi difensivi molto efficiente, tra cui il castello di Lagopesole, uno tra i più amati dal sovrano, dove era solito trascorrere le estati e i periodi di caccia. Ampliò la roccaforte, che si distingueva per l’impianto normanno con il tipico recinto fortificato, con una sala dedicata alla musica, ad ulteriore testimonianza del suo interesse verso le arti, con la torre interna massiccia ed imponente e soprattutto con la Cappella Palatina al cui interno si ritrova un frammento d’affresco che raffigura un Crociato in preghiera.

Leggende, imperatori e cultura popolare

Le orecchie “all’asina di Federico Barbarossa”

Il castello di Lagopesole non è solamente famoso per la sua imponenza e magnificenza, ma anche per le leggende che lo riguardano. Si narra che il volto scolpito sulle sue mura fosse quello dell’Imperatore Federico Barbarossa, nonno di Federico II ritiratosi in vecchiaia proprio nel castello di Lagopesole. Lo si riconosce dalla folta capigliatura che circonda il suo viso, come pare che il sovrano si facesse sempre raffigurare per nascondere un difetto fisico: le orecchie deformi. Secondo la leggenda i barbieri del Barbarossa, dopo essere per forza di cose venuti a conoscenza della deformità delle sue orecchie, venivano uccisi lanciati da un trabocchetto nella torre del castello al fine di non rivelare il segreto regale. Un giovane barbiere però riuscì a sfuggire alla morte e gli venne concessa salva la vita a patto che non rivelasse la verità. Impaziente di dirlo a qualcuno, ma non volendo tradire la promessa fatta, il giovane fece un fosso in campagna e gridò forte all’interno: “Federico Barbarossa tene le orecchie all’asina”… Tempo dopo sul posto nacquero delle canne che, agitate dal vento, sparsero nell’aere le parole del giovane barbiere, facendo trapelare l’annoso segreto che divenne protagonista di canzoni e strofe popolari.

Il fantasma di Elena degli Angeli

Non esiste castello senza fantasma, e ciò vale anche per il castello di Lagopesole. Si narra infatti che nelle notti di luna piena si vede comparire e scomparire una luce tenuta in mano da una fanciulla vestita di bianco e si odono grida disperate e lamenti… Pare che la fanciulla in questione sia Elena degli Angeli, moglie di Manfredi figlio di Federico II, che torna al castello per cercare marito e figli morti nella battaglia di Benevento. Nelle notti di plenilunio nelle campagne intorno al castello si dice che sia possibile avvistare anche il fantasma dello stesso Manfredi che in sella al suo bianco destriero, vaga disperato nell’eterna ricerca della sua famiglia distrutta da Carlo d’Angiò, reo di aver così messo fine al dominio normanno nell’Italia meridionale.

L’età dell’oro normanno sveva

Melfi rivestì un ruolo prioritario nell’età dell’oro normanno sveva e la sua importanza si può cogliere ancor oggi osservando le testimonianze artistiche e architettoniche presenti in città. L’egemonia politica e militare normanna si percepisce ammirando il maestoso castello di Melfi, uno dei più grandi e imponenti del meridione, costruito dai Normanni in posizione strategica fu fatto ampliare da Federico II di Svevia. Conserva tutt’oggi l’aspetto medievale riecheggiato dalle dieci torri che lo circondano, delle quali sette sono rettangolari e tre pentagonali, il suo ruolo di prestigio permane nel tempo, infatti è oggi sede del Museo Archeologico Nazionale del Melfese che conserva i reperti archeologici ritrovati nell’area.

Dal simbolo civile al simbolo religioso di Melfi: la Cattedrale dell’Assunta. I lavori di costruzione iniziarono nel 1076 ad opera di Roberto il Guiscardo primo conte italiano della dinastia degli Altavilla. La cattedrale ha subito numerosi rimaneggiamenti stilistici nel corso dei secoli, del periodo normanno oggi è visibile solamente il campanile con il grifone bicromato, lo stemma degli Altavilla.

Fra gli altri edifici religiosi vanno menzionati la Chiesa di San Lorenzo, risalente al 1120 è l’edificio più antico visibile oggi in città riconoscibile per il suo battistero ottagonale e la Chiesa di Santa Maria ad Nives risalente al XII secolo con un singolare portale arricchito da decorazioni geometriche. Tra gli edifici di culto meritano un cenno a parte le Chiese rupestri di Santa Margherita e di Madonna delle Spinelle, veri e propri scrigni che contengono tesori artistici e storici di immenso valore.

Il centro storico di Melfi è interamente circondato da una cinta muraria, lunga più di 4 km, eretta a scopo difensivo. Lungo le mura turrite si aprono diverse porte di ingresso alla città, di esse l’unica rimasta in buono stato è la cosiddetta porta Venusina. Eretta in epoca sveva conserva su un lato lo stemma di Melfi e sull’altro quello dei Caracciolo che nel ‘400 restaurarono le mura. Secondo le fonti Federico II vi fece apporre una lapide commemorativa che ricordava il ruolo glorioso e prestigioso svolto al tempo dalla città di Melfi.

Fra le altre testimonianze del periodo vi sono due palazzi del centro storico, Palazzo del Vescovado originario dell’XI secolo, ma rimaneggiato in epoca barocca e Palazzo Araneo con impianto medievale e facciata rinascimentale.

Parlando di Federico II non si può non citare la chiesa rupestre dedicata a Santa Margherita d’Antiochia, un vero e proprio gioiello artistico, modellata in una caverna naturale composta da stratificati sedimenti vulcanici. Il vasto ciclo pittorico può essere collocato nel periodo che va tra la fine del 1200 e i primi del 1300 e richiama, nelle isolate immagini iconiche, schemi figurativi del periodo post-svevo legati stilisticamente a caratteri propri di una cultura meridionale che acquisisce esperienze gotiche caldeggiate dalla corte angioina. La cavità absidale che accoglie il plinto dell’altare è illuminata da una esplosione di colori e di effigi sacre. Al centro, sopra l’altare, campeggia la figura regale di Santa Margherita, la vergine e martire di Antiochia. Il suo vero nome, Marina, fu cambiato dalla chiesa romana in Margherita per esaltare il candore perlaceo della sua verginità, vale a dire di essere candida come una perla, margarita nella lingua latina. La martire è raffigurata come una fanciulla esile ma dal portamento regale, cinta da una corona di perle ossia di margarite, a ricordo del suo nome. La santa è affiancata da due fasce dove, in otto riquadri, con vivacità narrativa, sono illustrate le tappe struggenti del martirio. Ma la cavità grottale colpisce per il drammatico messaggio della rappresentazione di due scheletri nell’atto di apostrofare le figure imperiali di Federico II, di sua moglie Isabella d’Inghilterra e di suo figlio Corrado, futuro re di Sicilia. E’ il Memento Mori, il Monito dei morti ai vivi, la danza macabra celebrata da due scheletri deformi, al cospetto dell’imperatore indossante una veste scarlatta ornata di ermellino, e recante un falco sulla mano sinistra guantata, con una daga orientale alla cintura.

Monologo di Federico II – tratto dall’audionarrazione della chiesa rupestre di Santa Margherita

Credits: Fondazione Zètema – Matera 

Egli ci viene incontro per narrarci la sua storia.

“Io sono Federico tratto nelle vesti di falconiere con a fianco la bionda mia consorte Isabella d’Inghilterra e con Corrado figlio dell’amata Iolanda di Brienne, mia seconda moglie, morta tragicamente dopo il parto a soli sedici anni.
Il giglio araldico e gli otto petali del fiore di loto sono i simboli della mia regalità sveva.
Voi ghignanti simboli della morte che volete testimoniare il mio disfacimento mortale, sappiate che in vita io cercai in ogni cosa il bello e il giusto.
Guardai pieno di stupore le acque, il cielo, il volo degli uccelli e mi chiesi sempre perché tutto fosse in siffatto modo.
Ottenni il potere sugli uomini e mi elevai ad altezze inferiori solo a quelle di Dio.
Amai e fui amato. Odiai e fui odiato. Sempre cercai la pace e lo feci anche con la guerra.
Nacqui, vissi e morii.
Mentre morivo rimpiangevo quell’ultimo cielo, il volo del falco che non avrei più potuto seguire con gli occhi, immaginando che i suoi fossero i miei. Non avrei mai saputo perché l’acqua sale in cielo e discende come pioggia, perché esistono acque dolci e acque salate, cosa contiene lo spazio, di che materia sono fatte le stelle, perché la luna si nasconde alla vista e perché comanda le maree.
Non avrei mai conosciuto tutto ciò che era parte del creato e che avrei voluto vedere, sentire, comprendere. Tutto questo restava per me senza risposte, e allora rimpiansi il tempo sprecato nelle pianure fangose d’Italia a costruire un regno quando avrei potuto cercare nuove risposte a nuove domande.
Sapevo mentre morivo che il cielo coperto sarebbe tornato azzurro e che non l’avrei visto mai più.
Ecco a cosa pensavo mentre morivo. E voi orribili scheletri bianchi, deformi, col ventre aperto in cui brulicano i vermi della putrefazione, non tentate di ghermirmi perché so che la morte livella tutti imperatori e pezzenti. Non ho bisogno del vostro macabro monito.
Anche a questo pensai mentre morivo ma soprattutto pensai che presto avrei saputo cosa si nasconde oltre la tenda tirata.
Se davvero ci si dissolve, un attimo prima, nel nulla, come ha scritto Epicuro, ovvero se dopo c’è la luce, l’amore, la misericordia, la presenza di Dio.”


La presenza dei Normanni

Un altro gioiello del Vulture è senza dubbio Venosa. La città vanta origini antiche, attraversarla è come passeggiare nella storia, fu fondata dai romani nel 300 a.C. e vanta tra i suoi cittadini più illustri il poeta latino Orazio che ebbe i natali a Venosa nel 65 a.C.. I suoi celebri versi “Carpe diem, quam minimum credula postero…” riecheggiano ancora oggi nelle strade della città.

Anche a Venosa i Normanni contribuirono a far fiorire l’arte e la cultura. A pochi passi dalla città costruirono il complesso della Ss Trinità: l’edificio religioso si erge su una stratificazione architettonica di età romana mentre il nucleo originario è costituito da una Basilica paleocristiana risalente al V/VI sec a.C. fatta ampliare dagli Altavilla per accogliere un giorno le loro spoglie mortali. Nella Chiesa, infatti, grande importanza riveste la tomba del condottiero normanno Roberto il Guiscardo. Gli Altavilla furono fortemente legati a Venosa e il loro desiderio fu quello di realizzare un complesso abbaziale di notevole grandezza ampliando quello dedicato alla Ss Trinità. Per questo nell’XI secolo iniziarono i lavori della Chiesa nuova, detta oggi Incompiuta poichè non è mai stata ultimata. I visitatori odierni possono passeggiare fra i resti di questa costruzione sacra, mai portata a compimento, in un’atmosfera mistica ed unica: una suggestiva sinfonia di pietra che seduce per il suo non-finito ed il suo tetto di stelle, forse il vero simbolo di Venosa.

Da Gesualdo da Venosa alle catacombe ebraiche

Altro cittadino illustre di Venosa fu il principe musicista e compositore Gesualdo, famoso madrigalista del XVII secolo costretto a fuggire dalla città per essersi macchiato dell’atroce assassinio della moglie e del suo amante.

Da non perdere, il Castello di Pirro del Balzo del 1470, che si erge imponente al centro del paese con le sue torri cilindriche. Lo stemma della casata dei Gesualdo formato da un grande sole con i raggi si può ancora ammirare affisso alla torre occidentale che ospita il Museo Archeologico Nazionale.

Le Catacombe ebraiche scoperte nel 1853 a poco più di un km da Venosa nei pressi della collina della Maddalena hanno un notevole valore storico ed archeologico. Vi si trovano loculi parietali e nel suolo oltre che numerose epigrafi del III e del IV secolo in lingua greca e latina con parole ebraiche in lettere dipinte di rosso o graffite.

Infine, va ricordato che nei pressi di Venosa è possibile visitare il Sito Paleolitico di Notarchirico, uno dei più antichi del Vecchio Continente, risalente a 600.000 anni fa. La sua importanza è data dalla scoperta nel 1985 di un femore umano che, attribuibile forse ad un esemplare di Homo erectus, è uno dei più antichi resti fossili d’Europa.

TRADIZIONI NEL VULTURE

I riti della Settimana Santa

Il Vulture è un territorio dalla spiccata spiritualità, non solo per i numerosi edifici di culto ma anche per i riti devozionali legati alle celebrazioni della Settimana Santa che fanno ormai parte della tradizione religiosa dell’area. Le Sacre rappresentazioni legate alla Pasqua sono avvolte da un clima di intenso misticismo, sono momenti corali di grande forza, suggestione ed espressività.

In diverse città del Vulture-Melfese nel periodo pasquale si svolgono in una forte dimensione teatrale e scenica le rappresentazioni della Via Crucis. Gli abitanti di Ripacandida, Rapolla, Atella, Barile, Filiano, Maschito, Venosa e Rionero in Vulture diventano figuranti in costume e mettono in scena gli avvenimenti religiosi facendo fede alle Sacre Scritture.Rievocano il dramma del Calvario fra le strade cittadine coniugando gli aspetti religiosi con la storia, il folclore e le identità tipiche del territorio.

ENOGASTRONOMIA DEL VULTURE

I prodotti tipici

Il Vulture è una terra ricca e fertile sotto ogni punto di vista, infatti non solo sono numerosi i capolavori storico artistici ed archeologici disseminati lungo tutto il territorio, ma degne di nota sono anche le prelibatezze dell’enogastronomia. Un territorio capace di arricchire lo spirito ed il gusto.

L’area del Vulture-Melfese risulta essere vocata per la castanicoltura, in particolare per le varietà del marroncino di Melfi e della Varola. Alcune fonti sostengono che fu Federico II a introdurre il castagno nel Regno delle due Sicilie e che, probabilmente, anche la varietà del Marroncino possa risalire al grande imperatore. A Melfi la Varola è celebrata dal 1960 in una Sagra la cui protagonista assoluta è la varietà di castagna tipica lucana. La centralissima piazza Umberto I e le strade del centro storico, nella penultima settimana di ottobre, si inebriano di odori e sapori e si tramutano in un grande bosco per la degustazione della castagna, ma anche di formaggi, miele, olio. Numerosi sono gli stand dalla forma di tipici rifugi montani, realizzati con rami di castagno in cui poter gustare le mille variazioni di questo frutto: dalla pasta con farina di castagne alla carne condita con crema di marroni, dalla pizza al marroncino alla birra di castagne, dal castagnaccio ai dolci, fino al gelato di marroni, una vera e propria goduria per il palato.

Ma il protagonista indiscusso dei questo territorio, per la grande estensione dei suoi vigneti, é l’Aglianico del Vulture DOCG. L’antico vitigno dell’Aglianico era originario della Grecia, annoverato fra i più grandi vini rossi d’Italia. Il nettare degli dei, l’oro rosso del Vulture, cresce sulle pendici e nella valle del vulcano spento, ha un colore rubino che tende al granato. All’olfatto risultano riconoscibili profumi di mora e prugna selvatica, note di viola e di fragole di bosco, a cui il tempo apporta sentori di liquirizia, cioccolato fondente e pepe nero.


Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore italiano, dopo essersi laureato in lettere classiche all’Università di Bologna è subito entrato nel mondo dell’archeologia, specializzandosi in topografia del mondo antico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha insegnato nella stessa università Cattolica dal 1980 all’86 per poi iniziare una intensa carriera accademica prima all’Università di Venezia (1987) e dopo presso la Loyola University of Chicago, all’Ecole Pratique des Hautes Etudes della Sorbona di Parigi e alla Bocconi di Milano. Tra gli anni Settanta e gli Ottanta ha progettato e condotto le spedizioni Anabasi per la ricostruzione sul campo dell’itinerario della ritirata dei Diecimila, ma sono numerose le sue partecipazioni a campagne di scavo. Ha tenuto conferenze e seminari in alcuni dei più prestigiosi atenei ha pubblicato numerosi articoli e saggi in sede accademica e ha scritto romanzi di grande successo, tradotti in tutto il mondo. È autore anche di soggetti e sceneggiature per il cinema e la televisione. Valerio Massimo Manfredi collabora come giornalista scientifico a varie testate in Italia e all’estero. Ha condotto con successo i programmi televisivi Stargate – linea di confine e Impero.

Fonte: www.valeriomassimomanfredi.it


Viggiano e la Madonna Nera

Storia e storie di Basilicata

Tra storia e leggenda

È il Sacro Monte di Viggiano, a 1725 m s.l.d.m., il luogo in cui sorge il più importante santuario mariano della regione, quello dedicato alla Madonna Nera, regina di Viggiano, proclamata ufficialmente “Protettrice” della Basilicata nel 1991 da Papa Giovanni Paolo II.

Ritratta in una statua lignea, questa figura sacra presenta dei tratti fortemente umanizzati con vesti e dettagli che la rendono regale e sfarzosa, una vera e propria regina da adorare. Un’icona importante nel panorama religioso lucano che, stando a quanto narra la leggenda, si manifestò per la prima volta sul Sacro Monte tra il 1200 e il 1300 a un gruppo di pastori: improvvisi bagliori attirarono la loro attenzione, preludio di qualcosa di sovrannaturale. La notizia fu subito riportata al vescovo Omerio, poi al Papa il quale ordinò al clero e al popolo di recarsi sul luogo dell’apparizione e scavare. A pochi palmi fu ritrovata la statua. Giaceva lì dal 1050, dopo la distruzione operata dai Saraceni nell’antica Grumentum. Esattamente si narra che la statua fu creata da un gruppo di monaci italo-greci che si erano insediati in queste terre precedentemente occupate dai monaci basiliani, sostituendo la venerazione di San Nicola, praticata da questi ultimi, con il culto della Theotokos, vale a dire della Madre di Dio. L’opera fu poi nascosta in una cavità della grande montagna per sottrarla alla barbarie saracena e lì vi rimase fino alla sua rivelazione.

Inizia così una storia di profonda fede e devozione.


La devozione dei fedeli

L’atmosfera che avvolge oggi la cima del Sacro Monte è mistica e di grande coinvolgimento emotivo sono i pellegrinaggi che si tengono in onore della Madonna Nera la prima domenica di maggio e la prima di settembre. La sua immagine trionfa tra fedeli e devoti provenienti da tutta la Basilicata, e non solo, che uniti in un solenne corteo percorrono a piedi 12 km tra preghiere, canti religiosi e speranze nel nome della Regina di Viggiano.

La sacra effigie è portata a spalla dal centro abitato fino al santuario sul Sacro Monte nel mese di maggio e riportata poi in paese nel mese di settembre. Anche in questo caso tale scelta ha un senso preciso dettato dalla leggenda. Si narra infatti che dopo il ritrovamento della statua, questa fu portata in paese ma dopo poco scomparve per riapparire nuovamente sul Sacro Monte, dove oggi sorge il Santuario e dove, come per sua volontà, viene riportata ogni anno nel mese mariano.

Accorrono persone dai paesi limitrofi e da luoghi distanti per osannare la protettrice dei popoli lucani, le strade si riempiono di fedeli che si inerpicano sui sentieri che portano in cima al monte per unirsi al coro di orazioni sacre che ascendono verso il cielo, pronunciate in suo nome.

Sono parentesi come questa che consentono ai cercatori di autenticità di vivere in prima persona l’anima dei luoghi, di toccare con mano la loro storia, di comprendere il loro credo. La forza della conoscenza di territori così veri, come dimostra il filone dei pellegrinaggi ma anche il turismo religioso, entrambi sempre più consistenti, non conosce confini né limiti. Si percorrono chilometri, si affrontano strade tortuose e sentieri scoscesi per seguire la propria spiritualità o, nel caso del turista religioso, per addentrarsi in un mondo culturale altro dal proprio. In entrambi i casi l’incontro si trasforma in un dialogo tra territori, tra culture e, infine, tra due dimensioni antitetiche tra loro, corpo e spirito.


Antico Tratturo della Madonna di Viggiano

Attraversava la folta vegetazione del Sacro Monte, l’antico tratturo della Madonna di Viggiano, inoltrandosi dolcemente in un’atmosfera sempre più suggestiva, fatta del silenzio e contemporaneamente dei suoni della natura. Si inerpicava su uno degli alti e frastagliati versanti della grande montagna, attraversato dalle sacre orazioni dei devoti che lo percorrevano, tutti insieme, uniti dalla fede e dal desiderio di raggiungere la cima dove il Santuario attendeva il corteo con in spalla il simulacro della Madonna Nera, Regina di Viggiano e Protettrice della Basilicata.

Quel sentiero, che avvolto da un’atmosfera mistica e da una cornice verde guidava i pellegrini verso la casa della loro Venerata, nel 1968 fu affiancato e man mano sostituito dalla strada comunale.

Il valore spirituale di quell’antico tratturo, tuttavia, negli anni ha fatto sentire la propria eco, arrivando infine a prevalere sul senso di comodità assicurato dalla strada asfaltata. E così oggi finalmente è stato ripristinato con una serie di accorgimenti in grado di consentire ai visitatori un buon livello di percorribilità. Rivisitato in chiave moderna presenta, infatti, gradoni in pietra e legno, staccionate di sicurezza, palizzate che delimitano le zone percorribili separandole da quelle più pericolose, nonché collegamenti a una fitta rete sentieristica che gli conferisce un valore aggiunto notevole, quello legato al mondo escursionistico degli amanti del trekking, delle passeggiate a cavallo e della mountain bike. Una vera e propria ricchezza per il territorio circostante.


MUSICA come espressione religiosa ma anche artistica.

Da sempre la musica rappresenta una forma di linguaggio. Da sempre la musica e la religione, così come l’arte, sono fenomeni universali del genere umano, forme di espressione che trovano presenza indistintamente nel tempo e nello spazio, nel corso della storia e nei luoghi più disparati. Strumenti che spesso si fanno complementari unendosi in un’unica missione: trasmettere le emozioni legate alla dimensione spirituale. I canti popolari, in particolar modo, ben riflettono questo schema, lasciando trapelare al contempo le origini della terra in cui nascono.

L’arpa di Viggiano ne è un esempio. Cerniera, come afferma lo stesso Sparagna, tra la Magna Grecia e la terra lucana, due mondi diversi il cui contatto viene ancora narrato e tramandato tra generazioni.


Safiria Leccese, giornalista e conduttrice televisiva. Dopo aver conquistato il pubblico di Mediaset con la squadra di Studio Aperto, approda al Centro Televisivo del Vaticano per condurre in mondovisione la veglia per la santificazione di Papa Giovanni Paolo II. Si susseguono altre tappe importanti quali TgCom 24 e Rete 4, seguite da una conversione religiosa e da un forte attaccamento alla fede, elementi che ben presto trovano spazio anche nella sua carriera con la conduzione di “La strada dei miracoli”.

Ambrogio Sparagna, musicista ed etnomusicologo italiano. Nel corso della sua carriera ha saputo raccontare l’Italia con numerosi saggi e varie pubblicazioni sulla musica popolare, impegnandosi al contempo in una ricca attività concertistica di respiro internazionale e affiancando grandi artisti della musica italiana.