Castello Tramontano di Matera

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Il castello Tramontano di Matera, in stile aragonese, è costituito da un maschio centrale e da due torri laterali smerlate e dotate di feritoie.

Quasi come una sentinella che scruta e veglia sull’intero territorio, il castello Tramontano di Matera è situato su una collinetta che sovrasta il centro della città.

Il maniero prende il nome dal Conte Giancarlo Tramontano, originario della provincia di Napoli, di umili origini e acceso sostenitore degli aragonesi. Il suo rapporto con la popolazione non fu mai idilliaco al punto da essere assassinato dagli stessi cittadini. Dopo la sua uccisione, nel 1515 da parte di alcuni vassalli ribelli, i lavori del castello non vennero mai portati a termine come è evidente anche dalla sua attuale conformazione.

Proprio questa sua “incompletezza” rende il castello particolarmente suggestivo e location ideale per l’ambientazione di importanti eventi culturali e musicali.


Castello di Valsinni

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Edificato presumibilmente su una preesistente fortificazione longobarda, nei primi dell’anno 1000, è uno dei manieri meglio conservati della regione.

“Suggestivo nell’architettura e imponente nella pienezza delle forme, classico nella fuga dei merli e delle feritoie”. Così Benedetto Croce definì la fortezza di Valsinni in “Vita di avventure, di fede e di passione, Isabella Morra e Diego Sandoval de Castro”, quando risalì l’aspra rupe, alla ricerca di tracce della poetessa petrarchista. Oggi monumento nazionale, il maniero dall’aspetto aragonese conserva al suo interno opere, documenti e scritti che testimoniano le vicende esistenziali di Isabella Morra, di cui sembrano risuonare ancora alcuni dei versi – pubblicati postumi – scritti durante l’angosciosa prigionia cui fu costretta prima della morte per mano dei fratelli.

«Torbido Siri, del mio mal superbo,/or ch’io sento da presso il fine amaro,/fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,/se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo» è una delle più struggenti strofe composte dalla giovane nel castello di Valsinni e rivolte al caro padre in esilio.


Castello di Monteserico a Genzano di Lucania

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Il maniero è di origine bizantina ma la sua struttura è stata ampliata in età normanna dal re Ruggero II.

Oggi agli occhi del visitatore la fortezza appare nell’assetto conferito da Federico II di Svevia (1230) e valorizzato dai restauri che si sono susseguiti nel corso del secolo scorso.

Il castello di Monteserico di Genzano di Lucania ha una pianta trapezoidale con due alte torri angolari quadrate, mentre la muratura è rivestita di grosse bugne, le quali, in corrispondenza delle finestre e dei portali, hanno un valore decorativo davvero elevato. Non si può non soffermare l’attenzione sulle facciate, la bifora architravata – impreziosita da due lunette ogivali intagliate nell’architrave – e un rosone decorato a raggi e archetti di fattura araba.

Dal cortile, impreziosito da bifore e trifore, attraverso una scala si può accedere alla sala del trono quasi del tutto restaurata.


Castello Caracciolo di Brienza

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L’antico centro si caratterizza per il modello ad avvolgimento che trova il suo fulcro naturale proprio nel maniero, dal quale si divincolano una miriade di case e casette aggrappate alla roccia scoscesa.

L’antica fortezza, di origine angioina, come si può evincere dal mastio cilindrico, che svetta dalla sua imponente mole, e dalla semitorre circolare proprio al centro della cinta muraria, è uno dei gioielli di Brienza. Una scalinata in pietra, a cielo aperto, e assolutamente visibile, conduce ad un terrazzo a terrapieno proprio davanti all’ingresso principale.

Secondo un’antica tradizione il castello si compone di 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno. L’illuminazione serale conferisce al castello Caracciolo di Brienza un’atmosfera incantevole che non lascia indifferenti quanti osservano la fortezza.

In estate il castello Caracciolo si trasforma in una location unica, dalle magiche atmosfere.


Castello del Malconsiglio di Miglionico

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Situato sulla sommità di una collina, il centro abitato di Miglionico si sviluppa intorno all’imponente Castello del Malconsiglio (VIII-IX sec d.C) fiancheggiato da sei torrioni, che domina l’intera valle del Bradano. Il nome del castello è legato alla sanguinosa vicenda della Congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro il re Ferdinando I D’Aragona (1485). Le voci dei protagonisti di quell’evento storico epocale – i Sanseverino, i Guevara, i Del Balzo, i Caracciolo e gli Acquaviva, lo stesso Re Ferdinando I D’Aragona e suo figlio Alfonso – riecheggiano ancora nella “Sala del Malconsiglio”.  Grazie al percorso multimediale “Alla Scoperta della Congiura dei Baroni” il visitatore è guidato nel racconto della intricata vicenda che si consumò all’interno del maniero. 


Castello di Lagopesole

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È il luogo in cui Federico II, Imperatore di Svevia, amava rifugiarsi per dedicarsi all’arte venatoria, una delle sue passioni, ed è stato il luogo prediletto da Manfredi, figlio dello stesso “Stupor Mundi”.

L’affascinante maniero medioevale, adagiato com’è su una collinetta che sorge sui fiumi Ofanto e Bradano, in posizione dominante sul borgo di Lagopesole, si lascia ammirare nel suo massiccio blocco rettangolare articolato su due piani e caratterizzato da due cortili, uno maggiore e uno minore, e una torre contraddistinta da una muratura bugnata nella parte superiore, tipica dell’architettura sveva.

Il cortile maggiore rimanda all’ampliamento intrapreso da Federico II (1242) sui resti delle precedenti costruzioni normanno-sveve e angioine e comprende anche una vasta cisterna e una grande cappella. E proprio la cappella, in stile romanico, distingue questo splendido maniero dagli altri attribuiti a Federico II di Svevia, essendo l’unico esempio di luogo di culto rispetto a quelli dell’epoca imperiale.

Così come appare oggi, seppur restaurato negli anni novanta, il castello di Lagopesole conserva le modifiche volute dall’intervento di Carlo I d’Angiò. Nell’Ottocento, rifugio dei briganti capeggiati da Carmine Crocco, oggi il maniero è location prediletta per prestigiose iniziative culturali, in particolare “Il Mondo di Federico II”, che grazie ad un Museo Narrante e ad una multivisione dagli effetti scenici straordinari racconta la vita di corte al tempo dell’Imperatore Svevo.

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Castello di Melfi

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L’imponente sagoma del castello normanno svevo è il simbolo di Melfi e la sua storia è legata alle figure di spicco che si sono succedute nel corso dei secoli nella città posta alle pendici del Monte Vulture.

Voluto da Roberto il Guiscardo, ampliato da Federico II, dotato di nuove torri da Carlo I d’Angiò, rimaneggiato dai Caracciolo e dai Doria, a vederlo, il castello di Melfi sembra quasi emergere sulla sommità di un colle e non si può non condividere l’opinione di quanti lo considerano il castello più noto della Basilicata e uno dei più grandi del sud Italia.

Subito si impongono allo sguardo le dieci torri, sette rettangolari e tre pentagonali, dei quattro ingressi, tre sono angioini, e attraverso uno di essi, aperto di Doria, si accede al borgo attraverso un ponte, un tempo levatoio. Superato il portone, si entra nel bel cortile principale, su cui affacciano il palazzo baronale e la cappella gentilizia.

Al piano terra del castello è ospitato il Museo Archeologico Nazionale del Melfese, in cui è custodita l’importante documentazione archeologica rinvenuta nel comprensorio dell’area, mentre nella torre dell’Orologio si può apprezzare lo splendido Sarcofago romano, ritrovato nel 1856, noto anche come “Sarcofago di Rapolla”, perché un tempo conservato nella piazza della cittadina del Vulture.

Appartenuto di certo a un personaggio di rango elevato, è un raffinato prodotto della seconda metà del II secolo proveniente dall’Asia Minore. Sul coperchio è raffigurata la defunta sdraiata.

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Castello di Venosa

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Costruito tra 1460 e 1470, il castello di Venosa è sorto su una preesistente cattedrale romanica e oggi, imponente, domina il centro storico della città oraziana ospitando al suo interno il Museo Archeologico Nazionale.

Il nuovo fortilizio voluto dal duca Pirro del Balzo nasce come importante tassello di un nuovo progetto urbanizzazione e fortificazione intorno alla città oraziana.

Se ne possono ammirare le quattro torri cilindriche, che segnano gli angoli della pianta quadrangolare, un profondo fossato e un ampio cortile circondato da un loggiato rinascimentale.

Di qui si passa nella Biblioteca comunale e nei due saloni di rappresentanza, con volte dipinte da soggetti allegorici nel XVIII secolo, mentre dall’androne si accede al camminamento.

L’interno della galleria seminterrata in parte ospita il Museo Archeologico Nazionale che raccoglie la documentazione di  età romana, tardo antica e altomedioevale della città e del suo territorio.

www.comune.venosa.pz.it

 

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